Addio a Emma Bonino, la scuola come “una finestra spalancata sul mondo”: studio, libertà e pensiero critico
È morta a 78 anni una delle protagoniste delle battaglie italiane per i diritti civili. Anche sull’istruzione aveva idee nette: preparare i giovani a scegliere con la propria testa.

Nella notte tra il 10 e l’11 settembre ci ha lasciati Emma Bonino, una delle protagoniste più tenaci della vita politica italiana e delle battaglie per i diritti civili. Aveva 78 anni ed era ricoverata all’ospedale Santo Spirito di Roma dopo una crisi respiratoria. Parlamentare, ministra degli Esteri e commissaria europea, ha attraversato oltre cinquant’anni di vita pubblica senza separare mai la politica dalle battaglie per i diritti.
Temi fortemente affrontati dalla ministra sono stati aborto, divorzio, libertà di scelta, lotta alla pena di morte, contrasto alle mutilazioni genitali femminili e difesa dei diritti umani. Vere e proprie battaglie condotte attraverso referendum, disobbedienza civile e campagne internazionali, anche quando le sue posizioni apparivano scomode o destinate a restare minoritarie.
Nel suo lungo impegno trovava spazio anche la scuola indicando più volte quale istruzione avrebbe voluto: laica, meno legata alla semplice memorizzazione e capace di offrire ai giovani gli strumenti per comprendere una realtà in continuo cambiamento.
Per lei la scuola è “una finestra spalancata sul mondo” in grado di superare i confini più vicini, aprendosi alla scienza, all’Europa, alle trasformazioni del lavoro e a ciò che accade nella società.
Fece discutere la sua critica a un sistema formativo troppo concentrato sui “latinisti” e poco attento alle competenze scientifiche e tecniche. Quelle parole vennero riassunte nello slogan “basta latino”, ma il punto da lei sollevato era più ampio: accanto alla formazione culturale, la scuola avrebbe dovuto preparare i ragazzi anche alle professioni e ai cambiamenti del mondo produttivo.
Allo studio attribuiva soprattutto una funzione civile. Conoscere, approfondire e verificare le informazioni significava difendersi dalle bufale, dai complottismi e dalle rappresentazioni costruite per alimentare paure e divisioni. Per Bonino, imparare non voleva dire soltanto trovare un lavoro, ma diventare più difficili da ingannare.
La stessa idea di libertà tornava quando parlava di laicità. “Mia madre, che è cattolica, mi ha insegnato il libero arbitrio”, amava ricordare. Nella scuola pubblica avrebbe preferito lo studio della storia delle religioni a un insegnamento confessionale, lasciando la pratica religiosa ai rispettivi luoghi di culto.
Negli ultimi anni sostenne anche l’introduzione di percorsi di educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Li considerava uno strumento per contrastare la violenza di genere e affrontare fin dall’età scolastica le logiche del possesso, della prevaricazione e della mancanza di rispetto.
Posizioni differenti, ma tenute insieme dalla stessa convinzione: la scuola non dovrebbe dire ai giovani che cosa pensare, ma consegnare loro gli strumenti per poter scegliere liberamente. È questo il filo che unisce le sue battaglie politiche alla sua idea di istruzione e che rimane, oggi, una delle parti meno raccontate della sua eredità.
Oggi ricordarla significa continuare a discutere sulle domande che ha lasciato aperte: quale spazio devono avere i diritti nella vita pubblica e quale scuola può davvero aiutare i giovani a diventare cittadini liberi, informati e capaci di scegliere con la propria testa? È proprio qui che le sue riflessioni sull’istruzione incontrano il resto della sua storia. Per Emma Bonino, la libertà non era soltanto un diritto da rivendicare: richiedeva conoscenza, responsabilità e il coraggio di non lasciare che fossero gli altri a decidere al nostro posto.
di La Redazione
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