Crepet: "L’arte del vivere è un continuo e inevitabile inciampo. La grandezza di una persona è rialzarsi dopo ogni caduta"
- La Redazione
- 15 ore fa
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Il sociologo smonta il mito contemporaneo della perfezione a tutti i costi, ricordando come privare i ragazzi del diritto all'errore significhi...

“Dobbiamo avere il coraggio di spiegare ai più giovani che l’arte del vivere è un continuo e inevitabile inciampo. Per questo occorre credere in loro confidando che cadranno e sapranno rialzarsi anche oltre le loro stesse capacità”. In un’epoca che ha fatto della perfezione un idolo, il noto psichiatra e sociologo Paolo Crepet si oppone con decisione a questa visione.
Ogni giorno, le nuove generazioni sono sottoposte a una pressione schiacciante: a scuola, nello sport, nelle relazioni, tutto deve scorrere senza sbavature, documentato dalle lenti dei social network per apparire sempre impeccabile. Spesso si avverte persino il bisogno di pubblicare una storia o un post, quasi per affermare: "Esisto anch'io". Ma questa rincorsa all'infallibilità è una gabbia dorata che toglie il respiro. Nel tentativo di non sbagliare mai, i ragazzi si paralizzano, terrorizzati dall'idea che un fallimento possa definire il loro valore come esseri umani.
Il paradosso più doloroso è che, molto spesso, sono proprio gli adulti ad alimentare questo sentimento. Spinti dal desiderio, sentito come amorevole, di evitare ai figli qualsiasi dolore o delusione, madri e padri cercano di ripulire la strada da ogni minimo ostacolo.
È innegabile che proteggere i propri figli sia un istinto naturale e, in alcune circostanze, anche necessario: offrire sostegno nei momenti difficili, infondere fiducia e garantire un ambiente sicuro costituiscono elementi essenziali per la crescita. Tuttavia, quando questa protezione diventa un controllo costante e tende a eliminare preventivamente ogni possibile ostacolo, rischia di sfociare nell'iperprotezione, impedendo ai giovani di sviluppare autonomia, resilienza e capacità di affrontare le inevitabili sfide della vita. Ma eliminare le asperità non rende i giovani più forti; al contrario, li priva del sistema immunitario psicologico necessario per sopravvivere. Lo psichiatra Paolo Crepet ammonisce severamente su questo punto: “L’eccesso di tutela da cui molti genitori sembrano afflitti aiuta i loro figli non a crescere, ma a diventare ancora più dipendenti dagli adulti di riferimento”.
I genitori sono spesso spinti dal desiderio di risparmiare ai figli le sofferenze e le difficoltà che essi stessi hanno vissuto, dimenticando che proprio quelle esperienze li hanno formati.
Proteggere qualcuno dal fallimento significa, di fatto, rubargli l'opportunità di scoprirsi coraggioso. L'esistenza, nei suoi legami d'amore come nelle sfide professionali, richiede una dose vitale di rischio e di esposizione al dolore. È proprio attraversando il buio di una sconfitta che impariamo a conoscere le nostre risorse più profonde. Per questo, l'inciampo non va vissuto come una vergogna da nascondere, ma come l'essenza stessa della vitalità umana: “Passione è cadere e rialzarsi [...] È un limite che devi superare… per farlo devi conoscere il limite, che è la caduta, e poi, una volta rialzato e rimesso insieme in qualche modo, scopri che ci sarà un'altra caduta...”.
Insegnare questa verità alle nuove generazioni è un dovere morale. Dobbiamo disinnescare l'ansia da prestazione che li divora, spiegando loro che una bocciatura, un cuore spezzato o un'amicizia tradita non sono la fine del mondo, ma tappe fondamentali di un percorso di formazione. Sono le cicatrici a raccontare la nostra storia, non la pelle intatta che potrebbe appartenere a chiunque. Come ricorda l'autore con grande profondità: “La grandezza di una persona non si misura soltanto su ciò che costruisce, ma anche sulla sua capacità di ricominciare; per questo i tentativi, e gli errori connessi, sono fondamentali”.
Il vero successo, dunque, non può risiedere in un tragitto rettilineo e privo di qualsiasi avversità. Risiede nella meravigliosa, disordinata e faticosa ricerca della propria identità. Un percorso in cui il fallimento è il maestro più severo ma allo stesso tempo più prezioso. Dobbiamo sussurrare ai nostri ragazzi che non devono puntare a essere perfetti, ma semplicemente se stessi, liberandoli dalla schiavitù del confronto continuo. Perché, in fondo, “Eccellere non significa vincere, ma ambire a essere unici, irripetibili”.
di Leandro Castagna




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