Crepet: “In ogni strada c’è uno sconosciuto che sogna di essere qualcuno. È un uomo solo, abbandonato, che cerca disperatamente di provare che esiste”
Vogliamo che qualcuno si accorga di noi, ma ci sono momenti che vorremmo vivere lontano dagli sguardi. Paolo Crepet riflette su un bisogno che oggi sembra sempre più difficile da soddisfare…

“In ogni strada c’è uno sconosciuto che sogna di essere qualcuno. È un uomo solo, abbandonato, che cerca disperatamente di provare che esiste”, Paolo Crepet, psichiatra e sociologo, riprende una frase del celebre film “Taxi driver” per aprire un'importante riflessione sul bisogno di essere riconosciuti, ma anche di poterci sottrarre allo sguardo degli altri.
“A mano a mano che il progresso è avanzato, la facoltà di scomparire ha cominciato a infrangersi con le nuove regole tecnologiche. La macchina fotografica prima, l’uso familiare di una cinepresa poi e il digitale infine, hanno reso riconoscibile chiunque. Nessuno ha potuto più vedere accettata la possibilità di essere ignorato. Eppure, erano tanti quelli che si sentivano a proprio agio all’idea di poter sparire, tagliare la corda, nascondersi”.
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Ogni cosa, un tempo, richiedeva pazienza, tolleranza, attesa. Da un primo incontro tra due ragazzini, passando per un voto di un esame, fino alla chiamata di un parente che era andato a vivere dall’altra parte del mondo. In questo modo, anche il valore che attribuivamo agli incontri, alle chiamate, alle attese, alle persone era diverso. “Oggi dobbiamo essere tutti presenti, pronti, anche se non lo vogliamo. Il mondo attuale obbliga a esserci, l’altrove è sconosciuto. Il rischio è essere costantemente geolocalizzati, tracciati come pacchi di un corriere, puntini su una carta geografica identificati da un satellite”.
Abbiamo bisogno di entrambe le cose: di qualcuno che riconosca il nostro essere, le nostre azioni ed i nostri bisogni, così come abbiamo bisogno di allontanarci quando sentiamo il desiderio di connetterci con la parte più profonda di noi: “Riconoscere il proprio doppio, ciò che unisce la nostra parte ombrosa e inaccessibile con la ricerca della luce, è prodigioso: se non fosse così, il nostro tempo sarebbe condannato a essere banale, prevedibile, insulso. La parte oscura parla delle nostre fragilità tanto quanto un chiarore improvviso parla di gioia”.
Tuttavia, c’è un campanello d’allarme quando ci accorgiamo che il progresso invade le sfere più intime e profonde della nostra vita. Ci sono avvenimenti da custodire e proteggere perché significativi, che invece, come spesso accade, vengono condivisi come se fossero spot pubblicitari. Infatti conclude Crepet: “Ogni dettaglio della vita viene immortalato fin dal parto. Un tempo il neonato era fotografato in braccio alla mamma, alla nonna o al papà, poi finiva in un album che si chiamava “di famiglia”, proprio per indicare il valore intimo di quei ricordi. Una raccolta di scatti che resisteva ai traslochi o finiva nel baule di una soffitta. Ora non si devono sviluppare i negativi di una fotografia, è tutto già in rete, dalla culla alla bara, con o senza consapevolezza”.
Lettore che ci segui, senti anche tu il bisogno di essere riconosciuto, ma allo stesso tempo di custodire momenti soltanto tuoi? Come scegli che cosa condividere e che cosa tenere per te?
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di Natalia Sessa




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Questa società umana corre troppo in fretta per chì non tiene il passo,più che farmi notare vorrei più accoglienza dalle persone che hò à che fare ,una parola gentile mà non arriva mai ,l'altro giorno hò incontrato un mio caro sacerdote dì quando ero ragazzo con il ricordo caro l'hò abbracciato e hò provato una gioia inmensa come ci ricordiamo dì un incontro che porta amore e ricordi
Oggi non voglio più il riconoscimento e nemmeno tenere la mia ricchezza tutta dentro di me, ma ho la necessità di condividere, l' esperienza di vita in toto (culturale e anche personale) per il bene delle generazioni future.