Alunni con disabilità in scuole separate, Pacifico: “Sarebbe una sconfitta per tutti, significherebbe tornare indietro di mezzo secolo”
- La Redazione

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Dalla Germania torna il dibattito sulle classi separate. Il presidente Anief richiama il percorso compiuto dall’Italia dal 1977: “La forza è nella differenza, l’inclusione va rafforzata, non ridimensionata”

Separare nuovamente gli alunni con disabilità dagli altri studenti significherebbe cancellare una conquista educativa costruita in decenni di inclusione. La posizione di Anief è netta dopo la proposta avanzata dall’AfD in Sassonia-Anhalt di introdurre scuole o percorsi separati per gli studenti con disabilità.
Per il presidente nazionale Marcello Pacifico, la questione va ben oltre l'organizzazione delle classi. In gioco c'è un modello di scuola nel quale la presenza delle differenze non rappresenta un problema da separare, ma una parte della crescita di tutti. “Le scuole speciali e le classi differenziali sono la negazione dell’inclusione, è un concetto che vale in Europa ma anche in Italia, dove sono passati 50 anni dalla riforma che ha introdotto l’inclusione: un solo passo indietro su questa conquista si tradurrebbe in una sconfitta non solo per gli alunni con disabilità o con difficoltà di apprendimento, ma per tutti.”
“La forza è nella differenza”
È questo il cuore dell'intervento di Anief. Pacifico difende un'idea di inclusione che non riguarda soltanto chi ha una disabilità: stare nella stessa scuola e nella stessa classe significa imparare a convivere con capacità, difficoltà e modi di essere differenti.
Il presidente del sindacato lo dce chiaramente e con parole semplici asserendo che “l’inclusività è integrazione, è crescita comune e reciproca in un ambiente dove la forza è nella differenza. Negare questo pilastro pedagogico significa volere imporre una mentalità che sa di preistoria. La politica dell’inclusione, che tutto il mondo ci invidia, va rafforzata, non ridimensionata.”
L'Italia ha alle spalle un percorso lungo. Anief richiama la Legge 517 del 1977, che segnò il superamento delle classi differenziali nella scuola dell'obbligo, e la successiva evoluzione normativa culminata nella Legge 104 del 1992, che ha consolidato il diritto all'integrazione scolastica.
Non si tratta, per Pacifico, soltanto di norme. Dietro quelle scelte c'è una precisa funzione attribuita alla scuola “perché la scuola deve fare da volano sociale, non di certo luogo di discriminazione. Ancora di più oggi, con le famiglie convinte di mandare a scuola i figli con disabilità e infatti sono in costante aumento gli studenti con certificazioni.”
Rafforzare il sostegno, non tornare alla separazione
Anief riconosce implicitamente che il modello italiano presenta ancora problemi. Ma la risposta, sostiene il sindacato, non può essere separare gli studenti.
Occorre piuttosto mettere la scuola inclusiva nelle condizioni di funzionare meglio. Pacifico pone la questione in maniera diretta: “ora che c’è finalmente maggiore consapevolezza e fiducia nella scuola dell’integrazione, cosa si vorrebbe fare? Rinunciare all’inclusione e alla convivenza, per fare spazio a selezione e separazione.” Per migliorare il sostegno, Anief indica invece due interventi: “chi vuole migliorare il sostegno agli alunni con disabilità agisca trasformando i posti in deroga in cattedre di diritto di tipo pluriennale e introducendo una specifica indennità di funzione per i docenti. Il ritorno alle scuole speciali significherebbe tornare indietro di mezzo secolo.”
Ed è proprio qui che la vicenda tedesca assume un significato che supera i confini della Sassonia-Anhalt. L'inclusione non è soltanto una tutela riconosciuta agli studenti con disabilità, ma rappresenta il principio secondo cui la scuola cresce quando nessuno viene separato perché considerato diverso. Rinunciarvi, come sostiene Pacifico, sarebbe una sconfitta che riguarderebbe tutti.
di Katia Piemontese
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