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Recalcati: “Siamo stati tutti dei gridi perduti nella notte”. Quando una presenza ci dà la forza per rialzarci dopo una caduta

Il grido non è soltanto un suono: è la prima domanda rivolta all’altro. Una riflessione che riguarda genitori, insegnanti e tutti gli adulti chiamati ad ascoltare

“Siamo stati tutti dei gridi perduti nella notte.” Con queste parole lo psicoanalista Massimo Recalcati ci riporta all’inizio della nostra esistenza, quando ancora non conoscevamo le parole e avevamo soltanto un grido per manifestare la fame, la paura, il dolore o il bisogno di una presenza.

Il bambino che grida non sa spiegare che cosa gli manca. Non può dire di avere bisogno di essere rassicurato, accolto o semplicemente riconosciuto. Può soltanto chiamare, affidando a qualcun altro la possibilità di comprendere quel richiamo. Ma che cosa rappresenta davvero quel grido? “Esprime l’esigenza della vita di entrare nell’ordine del senso, esprime la vita come appello rivolto all’Altro.” Per Recalcati, dunque, il grido non è soltanto un suono prodotto per ottenere qualcosa. È una domanda rivolta a una presenza esterna: ci sei? Riesci a sentirmi? La mia vita significa qualcosa per te? “Il grido cerca nella solitudine della notte una risposta nell’Altro.” 

È una delle prime esperienze attraverso le quali impariamo a fidarci del mondo. Qualcuno sente il nostro pianto, si avvicina e prova a comprenderlo. Non sempre possiede la risposta giusta, ma resta. Prima ancora delle spiegazioni, è quella presenza a impedire che il grido si perda nella notte.

Con il passare degli anni il grido cambia forma. Non sempre è rumoroso e non sempre viene riconosciuto facilmente. Può nascondersi dietro la rabbia di un figlio, nella sua improvvisa chiusura, nel rifiuto di parlare o in un comportamento che gli adulti giudicano soltanto come provocatorio. A scuola può manifestarsi attraverso un’assenza ripetuta, un compito lasciato in bianco, un calo improvviso nel rendimento o l’isolamento da parte dei compagni. Non ogni comportamento difficile è una richiesta d’aiuto. Ma dietro alcuni comportamenti può esserci una domanda che un bambino o un adolescente non riesce ancora a trasformare in parole. Educare significa anche imparare a distinguere. Non limitarsi a chiedere che cosa abbia fatto un ragazzo, ma provare a comprendere che cosa stia tentando di comunicare.

Non per cancellare le regole o giustificare qualsiasi comportamento, ma per evitare che la correzione arrivi senza l’ascolto. Un insegnante non può sostituirsi alla famiglia, può però accorgersi che qualcosa è cambiato. Può fare una domanda in più, aprire uno spazio nel quale parlare e coinvolgere le persone competenti quando emerge una difficoltà che richiede un intervento specifico. Anche i genitori possono sbagliare nell’interpretare un grido. Possono confonderlo con un capriccio, provare a spegnerlo rapidamente o rispondere offrendo cose quando il figlio sta cercando una presenza. Rispondere non significa accontentare sempre. Significa far sentire che, anche davanti a un limite o a un “no”, la relazione non viene ritirata.

“In questo senso, ancora prima di imparare a pregare e ancora di più nel tempo in cui pregare non è più come respirare, noi siamo una preghiera rivolta all’Altro.” Con queste parole la riflessione di Massimo Recalcati scende ancor di più in profondità. Siamo una preghiera perché, fin dall’inizio, la nostra vita domanda di essere riconosciuta. Quel bisogno non scompare quando si diventa adulti.

Educare comincia esattamente qui: nel non lasciare che il grido resti senza risposta. Non occorre avere sempre le parole giuste. Qualche volta la prima risposta è fermarsi, avvicinarsi e far comprendere: “Ti ho sentito, sono qui”. Un punto al quale aggrapparsi, una presenza nella quale poter trovare la forza necessaria per rialzarsi dopo una caduta.

Per te, lettore che ci segui, ti è mai capitato di riconoscere dietro il silenzio o la rabbia di un figlio o di un alunno una richiesta che non riusciva a esprimere? E ricordi una persona che ha saputo ascoltare il tuo grido quando non avevi ancora le parole per raccontarlo? Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e lascia un commento.



di Katia Piemontese

2 commenti


Francesca
3 ore fa

Massimo Recalcati è sempre Magistrale. L'analisi su “Siamo stati tutti dei gridi perduti nella notte” è uno specchio per ognuno. Sono molti i ragazzi nei quali sono riuscita ad ascoltare il loro grido...

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Laura
4 ore fa

Penso che ciascuno di noi emette dei gridi. Appartiene all'essere umano, ad ogni grido corrisponde un bisogno. Spesso è semplicemente quel "ti sento, sono qui".


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