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Aggressione al 70enne di Grumo Nevano, il CNDDU: "La vera urgenza è impedire la normalizzazione della violenza giovanile"

30 lug
Tempo di lettura: 4 min

Il Coordinamento nazionale docenti dei Diritti Umani interviene dopo il pestaggio del pensionato finito in prognosi riservata e chiede...

Un uomo di 70 anni è ricoverato in prognosi riservata dopo essere stato colpito con un violento calcio al volto mentre era ormai a terra. Un'aggressione che ha sconvolto l'opinione pubblica non solo per la sua brutalità, ma anche per la rapida diffusione del video sui social network, dove accanto alle condanne non sono mancati commenti di giustificazione nei confronti dell'aggressore. Un elemento che, secondo molti osservatori, evidenzia un disagio culturale che va oltre il singolo episodio. Su quanto accaduto interviene il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU), che richiama l'urgenza di rafforzare la prevenzione educativa e il ruolo della scuola nella costruzione di una cultura del rispetto.

COMUNICATO "Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime profonda preoccupazione per la gravissima aggressione avvenuta a Grumo Nevano, dove, al culmine di una lite scaturita dalla rottura di un vetro del centro anziani cittadino, un uomo di 70 anni è stato brutalmente aggredito e raggiunto da un violento calcio al volto mentre giaceva ormai a terra, riportando lesioni tali da rendere necessario il ricovero in prognosi riservata.

Secondo quanto ricostruito dai Carabinieri, l'aggressione avrebbe coinvolto anche un altro anziano e si sarebbe consumata sotto gli occhi di alcuni passanti, tra cui una madre con la propria bambina. Sarà naturalmente la magistratura ad accertare ogni responsabilità nel pieno rispetto delle garanzie previste dall'ordinamento. Al di là del procedimento giudiziario, ciò che inquieta profondamente è il significato che questo episodio assume nel contesto sociale attuale.


Non si tratta soltanto della sproporzione della violenza rispetto all'origine del litigio, ma dell'impressionante perdita del senso del limite che caratterizza un numero crescente di aggressioni compiute da giovanissimi. Continuare a colpire una persona ormai incapace di difendersi significa oltrepassare ogni logica di conflitto e trasformare la violenza in puro annientamento dell'altro. A rendere ancora più allarmante la vicenda è stata la rapida diffusione del video dell'aggressione sui social network. Le immagini, diventate virali nel giro di poche ore, non hanno soltanto documentato l'accaduto, ma hanno anche alimentato reazioni che impongono una seria riflessione. Accanto allo sdegno di tanti cittadini, sono infatti comparsi commenti che hanno tentato di minimizzare o addirittura giustificare l'aggressione.


È un dato che non può essere sottovalutato: quando la violenza cessa di suscitare riprovazione unanime e diventa oggetto di tifoserie, significa che il problema non riguarda più soltanto chi aggredisce, ma investe il sistema di valori della collettività.

Le analisi istituzionali sulla criminalità minorile mostrano come negli ultimi anni la violenza giovanile abbia assunto caratteristiche nuove. Non è soltanto una questione di numeri. Preoccupano soprattutto l'intensità delle aggressioni, l'impulsività delle condotte, la difficoltà di interrompere l'azione violenta e la crescente influenza di modelli comunicativi che premiano l'esibizione della forza e la ricerca di consenso attraverso la spettacolarizzazione dei comportamenti.


La scuola osserva quotidianamente questa trasformazione. Molto prima che un gesto estremo approdi nelle cronache, esso lascia tracce nei comportamenti, nel linguaggio, nella gestione delle relazioni, nella difficoltà ad accettare una frustrazione o un richiamo, nell'incapacità di distinguere il confronto dalla sopraffazione. Sono segnali che gli insegnanti intercettano ogni giorno e che non possono essere interpretati come semplici questioni disciplinari, perché spesso rappresentano l'espressione di un disagio educativo e relazionale ben più profondo.


In questo quadro assume particolare rilievo il compito affidato alla scuola dalla normativa più recente, che rafforza l'insegnamento dell'Educazione civica e gli strumenti di prevenzione del bullismo e del cyberbullismo. Tuttavia, sarebbe un errore immaginare che l'educazione possa essere delegata esclusivamente all'istituzione scolastica. Gli adolescenti costruiscono oggi la propria identità all'interno di un ecosistema molto più ampio, nel quale famiglia, social network, piattaforme digitali, sport, mezzi di comunicazione e modelli culturali esercitano un'influenza costante.


Per questa ragione, il contrasto alla violenza giovanile richiede una strategia educativa condivisa, capace di ricostruire il valore del rispetto, della responsabilità personale e della gestione non violenta dei conflitti. Ogni intervento che si limiti alla fase successiva al reato rischia di essere insufficiente se non è accompagnato da un'azione preventiva stabile, continua e culturalmente incisiva.

L'aggressione di Grumo Nevano ci consegna un interrogativo che va ben oltre la cronaca: stiamo davvero comprendendo la natura del cambiamento che attraversa una parte del mondo giovanile oppure continuiamo a leggere questi episodi come eventi eccezionali?


Da troppo tempo il dibattito pubblico si concentra su ciò che accade dopo. Si discute dell'arresto, del processo, della pena, mentre resta sullo sfondo una domanda ben più impegnativa: quando abbiamo cominciato a perdere quei riferimenti educativi che rendevano inaccettabile infierire su una persona ormai inerme?

La violenza non nasce nel momento in cui viene ripresa da uno smartphone. Nasce molto prima, quando si abitua un ragazzo a pensare che umiliare significhi essere forti, che vincere equivalga a dominare, che la rabbia non debba essere governata ma semplicemente scaricata.


Nasce quando il linguaggio dell'aggressività diventa ordinario, quando il rispetto viene percepito come una debolezza e quando gli adulti rinunciano a esercitare la propria autorevolezza educativa.

Il CNDDU ritiene che oggi la vera urgenza nazionale non sia soltanto contrastare la violenza giovanile, ma impedirne la normalizzazione. Ogni episodio come quello di Grumo Nevano dovrebbe spingere le istituzioni a interrogarsi non solo sull'efficacia delle risposte repressive, ma soprattutto sulla capacità del Paese di costruire una prevenzione autentica, continua e condivisa. Perché una società comincia a indebolirsi non quando compaiono i primi episodi di violenza, ma quando smette di considerarli il segnale di un problema collettivo e li accetta come un inevitabile tratto della contemporaneità".

di La Redazione



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