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Crepet: "Libertà senza alcuna responsabilità". Quando proteggiamo i figli al punto da non lasciarli crescere

2 ore fa
Tempo di lettura: 3 min

Interveniamo, giustifichiamo, rispondiamo al loro posto. Lo facciamo per amore, ma dovremmo chiederci: li stiamo aiutando a crescere oppure…

Vedere un figlio in difficoltà e riuscire ad aspettare prima di intervenire. Aspettare che trovi le parole, che riconosca un errore, che provi a rimediare. Per un genitore può essere faticoso: conosciamo la sua fragilità, vorremmo risparmiargli un’umiliazione, temiamo che nessuno sappia comprenderlo come noi.

Così prendiamo il telefono. Chiariamo con l’insegnante, discutiamo con un altro genitore, cerchiamo una spiegazione che alleggerisca ciò che è successo. A volte è necessario. Altre volte arriviamo prima ancora che nostro figlio abbia avuto il tempo di capire che cosa fare. È su questa disponibilità degli adulti che Paolo Crepet interviene con durezza. Nell’intervista a Hoara Borselli, pubblicata su Il Giornale il 20 ottobre, lo psichiatra commenta gli episodi di violenza nelle piazze e il senso di impunità di alcuni giovanissimi. Agli adulti rimprovera di aver offerto "libertà senza alcuna responsabilità". Un’accusa che ci costringe a guardare anche il nostro comportamento: che cosa impara un ragazzo se, dopo aver scelto da solo, trova sempre qualcuno disposto a rispondere per lui?

"Noi glielo abbiamo permesso. Ora non ci stupiamo", afferma Crepet, richiamando le concessioni degli adulti di fronte a comportamenti che poi suscitano il loro sconcerto.

A casa tutto comincia da gesti che sembrano innocui. Un figlio torna a casa arrabbiato, racconta un’ingiustizia, dice che ce l’hanno tutti con lui. E noi siamo già pronti a difenderlo, prima ancora di aver capito che cosa sia successo. La sua sofferenza ci riguarda così da vicino che vorremmo agire subito. Eppure ascoltarlo fino in fondo può voler dire anche fargli una domanda difficile: tu, in quella situazione, che cosa hai fatto?

Occorre essere disposti ad accogliere una risposta scomoda. Potremmo scoprire che ha subito un torto, oppure che lo ha commesso. Potrebbero esserci entrambe le cose. Per comprenderlo dobbiamo lasciargli raccontare anche la parte della storia che preferirebbe nascondere.

È lì che la nostra presenza conta: quando può ammettere di aver sbagliato senza temere di perdere il nostro affetto, sapendo però che gli chiederemo di fare qualcosa per rimediare.

"Non esistono i giovani", osserva Crepet nello stesso colloquio, soffermandosi poi sull’individualità di ciascun ragazzo. Davanti a noi c’è nostro figlio, con la sua età, il suo carattere, le paure che conosciamo e quelle che ancora non ci ha confidato. Possiamo aiutarlo a preparare un confronto, suggerirgli come spiegarsi, accompagnarlo se ne ha bisogno.

Poi arriva il momento di lasciargli pronunciare quelle parole. Una scusa fatta da lui, un impegno mantenuto dopo un richiamo, un contrasto chiarito con le proprie forze possono diventare esperienze da ricordare. Anche con l’imbarazzo iniziale, anche senza un risultato perfetto. Ha provato, ha retto quel momento, ha scoperto qualcosa di sé. Per chi gli vuole bene, la fatica è tollerare quell’incertezza. Restare abbastanza vicino perché possa chiedere aiuto e lasciare abbastanza spazio perché abbia qualcosa da affrontare.

Prima di intervenire ancora una volta, forse possiamo fermarci su una domanda: ha bisogno che lo facciamo noi, oppure siamo noi a non sopportare di vederlo in difficoltà?

E tu, lettore che ci segui, ti è capitato di fare un passo indietro e scoprire che tuo figlio era capace di affrontare una situazione da solo? Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e raccontaci la tua esperienza.


di Leandro Castagna

1 commento


Marta
un'ora fa

Mi è capitato ed è stato meraviglioso e sorprendente. Ho sempre accompagnato mia figlia in tutto, passo passo, non lasciandole il giusto spazio. Quando mi sono fermata e ho osservato cosa faceva in autonomia sono rimasta sorpresa, due talenti...uno il disegno e l'altro la scrittura. Bisogna lasciarli fare, poi ogni età ha il suo approccio. Io parlo di quando aveva 13/14 anni.

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