Recalcati: "Saper restare significa rispondere all'appello di chi è caduto". Chi ci rimane accanto quando la vita cambia
Quando qualcuno soffre, temiamo di non trovare le parole giuste. Massimo Recalcati ci porta a riflettere su ciò che possiamo offrire anche senza avere una risposta...

“Saper restare è il nome biblico primo di ogni pratica di cura. Significa rispondere all’appello di chi è caduto”. Lo psicoanalista Massimo Recalcati, in un passaggio di Il grido di Giobbe, ci porta a pensare alle persone che ci sono rimaste accanto quando la nostra vita ha preso una direzione che non avevamo previsto.
Ci sono momenti nei quali facciamo fatica persino a raccontare ciò che ci accade. Una perdita, una separazione, una notizia che ci spaventa. Il telefono squilla e non abbiamo voglia di rispondere. Qualcuno ci domanda come stiamo e diciamo “bene”, perché spiegare tutto richiederebbe una forza che, in quel momento, non abbiamo.
È proprio allora che la presenza di qualcuno può fare la differenza. Una persona che non pretende di vederci subito sorridere, che non si stanca perché torniamo sullo stesso pensiero, che riesce ad ascoltare anche quando il nostro racconto si interrompe.
Recalcati racchiude questa disponibilità in una parola: "Eccomi!”. Una parola breve, ma impegnativa. Perché esserci quando tutto va bene è piacevole: condividiamo una cena, una risata, un progetto. Quando l’altro soffre, invece, possiamo sentirci impreparati. Vorremmo trovare una frase capace di consolarlo e temiamo di peggiorare le cose. A volte rimandiamo una telefonata proprio perché non sappiamo da dove cominciare. Ma chi sta male può avere bisogno anche di questo: sapere che può chiamarci senza dover fingere di essersi ripreso.
Nel suo ragionamento sulla cura, Recalcati scrive: “Non dando senso al male ma restando accanto a chi ne è colpito”.
Non tutto ciò che ferisce trova una spiegazione che possiamo accettare. Dire a qualcuno che il suo dolore servirà a renderlo più forte può sembrare un incoraggiamento, ma non è sempre così. Una persona spesso desidera soltanto essere ascoltata. Prima di cercare un insegnamento nella sua sofferenza, possiamo lasciarle il tempo di parlarne. Saper restare prende forma nei gesti: accompagnare un amico a un appuntamento che teme, tornare a trovare chi ha subito una perdita anche quando sono passati mesi, ricordarsi di chiedere come sta dopo che l’urgenza è finita.
Perché il dolore non finisce necessariamente quando gli altri smettono di parlarne. E una presenza che continua, senza invadere, può aiutarci a sentirci ancora parte della vita degli altri. Forse, ripensando ai nostri giorni più difficili, non ricorderemo tutte le parole che ci sono state dette. Ricorderemo chi è tornato. Chi ha trovato tempo. Chi ci ha permesso di piangere senza sentirci un peso.
Lettore che ci segui, chi ha saputo restarti accanto quando ne avevi più bisogno? Quali sono i gesti che ricordi?
Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e raccontaci la tua esperienza nei commenti, anche in forma anonima. Il tuo racconto può aiutare qualcuno a trovare il coraggio di esserci.
di Eugenio Piemontese




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Con me la mia mamma, sempre... Io personalmente ci sono stato pe molte persone, con gesti piccoli e grandi ma soprattutto con la presenza ( Una visita, un caffè, un prestito, un'uscita serale per confortare in momenti particolari).