Violenza tra giovani, Meloni: “La sicurezza non può essere separata dall’educazione”. Il nuovo fronte della responsabilità dei minori
- La Redazione
- 17 ore fa
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Dal dibattito sulla stretta per i reati commessi tra i 14 e i 18 anni emerge una domanda più ampia: come intervenire prima che il disagio diventi violenza?

“Lo Stato non può voltarsi dall’altra parte quando un minorenne accoltella un coetaneo, rapina una persona o terrorizza un quartiere”.
Le parole della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni riaprono il confronto su uno dei temi più delicati degli ultimi anni: la crescita dei fenomeni di violenza tra adolescenti e il confine tra responsabilità individuale e prevenzione educativa.
Il nuovo intervento sulla responsabilità penale dei minori, approvato dal Governo con il disegno di legge sulla sicurezza dei giovani, modifica il punto di partenza per i ragazzi tra i 14 e i 18 anni che commettono un reato: la capacità di intendere e di volere viene considerata presunta, salvo prova contraria.
Una scelta che punta a rafforzare il principio secondo cui l’età non può diventare un elemento di impunità, ma che riporta al centro anche una questione più complessa: cosa può fare la società prima che un adolescente arrivi alla violenza?
I ragazzi chiedono regole e luoghi sicuri
Il tema della sicurezza non sembra essere percepito dai giovani come un problema imposto dall’esterno. Secondo un sondaggio di Skuola.net, l’86% degli intervistati si è detto favorevole alle nuove misure.
Un dato che, secondo Meloni, dimostra come molti ragazzi chiedano soprattutto la possibilità di vivere gli spazi quotidiani senza paura.
“I ragazzi sono i primi a voler vivere in città sicure, uscire la sera senza paura, prendere un treno o un autobus in tranquillità e frequentare una piazza senza dover convivere con la violenza delle baby gang”, ha dichiarato la presidente del Consiglio.
La questione, quindi, non riguarda soltanto chi commette un reato, ma anche la tutela della maggioranza dei giovani che chiedono di poter vivere la propria adolescenza in contesti più sicuri.
La risposta non può essere solo repressiva
La nuova norma interviene sul piano della responsabilità, ma lo stesso Governo riconosce che la sola sanzione non può essere sufficiente.
Quando un ragazzo di quindici o sedici anni arriva a compiere un gesto violento, spesso dietro quel comportamento esistono situazioni più profonde: fragilità familiari, isolamento, dispersione scolastica, mancanza di punti di riferimento o assenza di opportunità.
Per questo la prevenzione resta un elemento decisivo: scuola, sport, formazione, sostegno alle famiglie e spazi di aggregazione rappresentano strumenti fondamentali per intercettare il disagio prima che si trasformi in emergenza.
La sfida è trovare un equilibrio tra due esigenze che non possono essere messe in contrapposizione: garantire sicurezza e, allo stesso tempo, non perdere la funzione educativa nei confronti dei ragazzi più fragili.
La scuola e la responsabilità educativa
Il tema coinvolge direttamente anche il mondo scolastico. Gli episodi di aggressioni tra studenti e nei confronti dei docenti hanno mostrato come il problema della violenza giovanile non possa essere affrontato soltanto quando l’emergenza è già esplosa.
La scuola rimane uno dei luoghi principali in cui intercettare segnali di disagio, costruire relazioni positive e rafforzare il senso della responsabilità.
Educare alle regole significa anche aiutare i ragazzi a comprendere il valore delle proprie azioni e le conseguenze delle proprie scelte.
La vera sfida, dunque, non è soltanto stabilire cosa accade dopo un comportamento violento, ma costruire le condizioni perché sempre meno giovani arrivino a compierlo.
di La Redazione
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