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“Il merito è dare il meglio di ciò che si ha dentro." Valditara: "I talenti sono tanti, diversi, belli e straordinari"

13 ago
Tempo di lettura: 3 min

Il ministro dell’Istruzione e del Merito parla di impegno, fatica e intelligenze multiple: “Dobbiamo saper valorizzare i talenti di ogni giovane. Questa è la grande sfida della scuola costituzionale”

"l merito è dare il meglio di ciò che si ha dentro." È forse la frase che più di tutte riassume il modo in cui Giuseppe Valditara interpreta una parola che, nella scuola, continua a suscitare discussioni. Perché il merito, spiega il ministro, non è arrivare dove arrivano in pochi. È impegnarsi, misurarsi con ciò che si ha e provare a portarlo il più lontano possibile.

Il ministro lo chiarisce subito: "Perché il merito non è come qualcuno pensa, raggiungere risultati di eccellenza che soltanto pochissimi potrebbero raggiungere."

E nemmeno il merito può diventare un modo per dividere gli studenti in base ai risultati ottenuti.

"Il merito non sono le classi differenziali come qualcuno scioccamente recentemente ha proposto, dove i più bravi vanno in una classe e quelli meno bravi vanno in un'altra classe come se fossero materiale umano di serie B, no!".

Il discorso torna così su una parola che nella scuola conta molto: impegno. Perché un talento, da solo, non basta. Può esserci, può rimanere nascosto, può perfino non essere riconosciuto. La scuola può aiutare un ragazzo a scoprirlo e a svilupparlo, ma non può fare al posto suo la parte più difficile.

"Perché realizzare i talenti, valorizzare i talenti, è qualche cosa che spetta alla scuola aiutare a realizzarli, ma l'impegno deve essere tuo, deve essere dello studente, deve essere del giovane", afferma Valditara.

E insieme all'impegno il ministro rimette al centro anche una parola che oggi sembra quasi fuori moda: la fatica.

"E noi abbiamo il dovere di rimettere al centro il valore dell'impegno e il valore anche, perché no, della fatica."

Non tutti i ragazzi hanno le stesse capacità. E forse proprio per questo non avrebbe senso cercare un'unica misura dell'intelligenza. Valditara richiama, a questo proposito, Howard Gardner e la sua teoria delle intelligenze multiple.

"Nel 1980 Gardner fece un'affermazione molto importante, Gardner è un grande psicologo americano che è del tutto coerente con lo spirito della nostra Costituzione. Disse: 'In realtà le intelligenze sono plurime, non ce n'è una soltanto, ne calcolò addirittura nove: l'intelligenza sportiva, l'intelligenza musicale, l'intelligenza che lavora sulla manualità, e tutte hanno pari dignità, tutte hanno pari rilievo, tutte hanno pari importanza, come ogni persona ha pari dignità, ogni persona ha pari importanza.' "


È un passaggio che porta il discorso fuori dalla semplice contrapposizione tra studenti bravi e meno bravi. In una classe ci sono ragazzi che eccellono nello studio, altri che hanno una particolare sensibilità musicale, altri ancora che mostrano capacità nello sport, nella manualità o in ambiti che spesso la scuola fa più fatica a riconoscere.

Il talento, insomma, non ha una sola forma. E non sempre si presenta dove ci aspettiamo di trovarlo.

Valditara lo dice con una frase che riassume l'intero ragionamento:

"E allora i talenti sono tanti, sono diversi, sono belli, sono straordinari, noi dobbiamo saper valorizzare i talenti di ogni giovane."

È qui che, nella sua lettura, si trova una delle responsabilità più importanti della scuola: vedere ciò che ancora non è emerso, dare spazio alle capacità dei ragazzi e accompagnarli nel percorso necessario per trasformarle in qualcosa di concreto.

Perché riconoscere un talento non significa promettere a tutti lo stesso risultato. Significa offrire a ciascuno la possibilità di capire quale strada può percorrere e metterlo nelle condizioni di provarci.

Ed è proprio questo, per il ministro, il senso della scuola alla quale guardare:

"Questa è la grande sfida della scuola costituzionale."

Una scuola che non chiede a tutti di essere uguali e che non considera nessuno di serie B. Una scuola capace di guardare un ragazzo e vedere, oltre il risultato di oggi, quello che potrebbe ancora diventare.


E tu, lettore che ci segui, pensi che la scuola possa riuscire davvero a far emergere i talenti dai singoli alunni?

Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e lascia un commento. Il tuo punto di vista e la tua esperienza possono essere utili anche ad altri.

di Katia Piemontese


3 commenti


Franca
14 ago

Sì io condivido le parole del ministro e spero che la scuola intraprenda questa

via, insegnare non dovrebbe essere un lavoro ma una missione per la formazione dei ragazzi che, secondo me sono poco ascoltati e non sono più abituati a parlare per farsi conoscere

non per essere criticati.

Forse non si dedica tempo al dialogo perché si ha poco tempo?


Da nonna io la penso così.

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GIROLAMO
13 ago

Il talento non è comune ma è uno su tanti. La scuola ha l'obbligo di mettere a disposizione strumenti e possibilità di far conoscere le proprie capacità individuali nel collettivo.

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Emanuela Giustra
13 ago

Buon pomeriggio, con tutto il vissuto del Ministro, e secondo la mia umile riflessione, la scuola non ha i pilastri necessari per fare emergere i veri talenti giovanili.

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