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Scrutini finali, tra conflittualità e burnout dei docenti emerge una sfida educativa: la riflessione del CNDDU

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione sulle tensioni emerse durante alcuni scrutini finali e invita a riflettere...

"Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l'attenzione su alcune segnalazioni pervenute da docenti operanti in diverse istituzioni scolastiche italiane in merito a episodi di forte tensione verificatisi durante le operazioni di scrutinio finale.


Il CNDDU precisa che le comunicazioni ricevute sono state trasmesse nel rigoroso rispetto degli obblighi di riservatezza che disciplinano i lavori degli organi collegiali della scuola e, in particolare, le operazioni di scrutinio. Le segnalazioni non contengono elementi idonei a identificare studenti, famiglie, docenti, dirigenti scolastici o specifiche deliberazioni assunte dai consigli di classe. L'interesse del CNDDU non riguarda il merito delle decisioni adottate, che rientrano nelle prerogative degli organi competenti, bensì le dinamiche relazionali e organizzative evidenziate dalle testimonianze ricevute e le loro possibili implicazioni sul benessere professionale del personale scolastico.


Secondo quanto riferito dai colleghi che hanno contattato il CNDDU, in alcuni casi si sarebbero registrati confronti particolarmente accesi tra docenti e, talvolta, tra docenti e dirigenti scolastici, soprattutto in relazione alle valutazioni finali, alla sospensione del giudizio e ai provvedimenti di non ammissione.

Ciò che colpisce non è tanto il dissenso in sé. Una scuola viva non può essere una scuola priva di confronto. A destare preoccupazione è piuttosto la qualità di quel confronto quando esso smette di essere uno strumento di ricerca condivisa e si trasforma in una competizione tra visioni, ruoli o personalità. Quando il bisogno di avere ragione prevale sul desiderio di comprendere, quando l'obiettivo diventa affermare sé stessi anziché contribuire a una decisione equilibrata, il rischio è quello di smarrire il significato più autentico della funzione educativa.


Le testimonianze ricevute invitano a riflettere su una questione più ampia che riguarda non soltanto la scuola, ma la società nel suo complesso. Viviamo in un contesto culturale che sembra aver progressivamente ridotto lo spazio dell'ascolto, della pazienza e del dubbio. La velocità ha sostituito la riflessione, l'affermazione personale ha spesso preso il posto della costruzione collettiva, mentre il confronto tende sempre più frequentemente a essere interpretato come uno scontro da vincere anziché come un'opportunità per crescere.

Anche la scuola, inevitabilmente, risente di questo clima culturale. Talvolta si percepisce una crescente difficoltà ad accettare la complessità delle decisioni educative. Eppure educare significa proprio abitare la complessità. Significa assumersi responsabilità che raramente possono essere ridotte a formule semplici o a scelte prive di conseguenze.


In questo scenario appare necessario interrogarsi sul significato profondo della valutazione scolastica. Il voto rappresenta uno strumento educativo e non una forma di potere. Non è una sanzione morale, non è una rivincita personale, non è un riconoscimento simbolico da concedere o negare sulla base di logiche estranee alla didattica. La sua funzione consiste nell'accompagnare il percorso di crescita dello studente attraverso criteri chiari, condivisi e coerenti con gli obiettivi formativi.

Quando però la valutazione viene caricata di significati ulteriori, il rischio è quello di alterarne la natura.


Talvolta il voto sembra diventare il luogo nel quale si concentrano aspettative, rivendicazioni e bisogni di riconoscimento che appartengono ad altre dimensioni della vita professionale e sociale. In queste circostanze si perde di vista l'essenziale: il fatto che al centro dell'azione educativa non vi siano gli adulti e le loro dinamiche, ma gli studenti.

Vi è infatti un aspetto che merita particolare attenzione. Dietro ogni voto non c'è soltanto una verifica, una media o una prestazione scolastica. C'è una persona che sta costruendo la propria identità. C'è un adolescente che spesso misura sé stesso attraverso lo sguardo degli adulti di riferimento.


C'è una fragilità che non sempre si manifesta apertamente e che talvolta resta invisibile persino agli occhi più attenti.

La valutazione riguarda gli apprendimenti e non il valore della persona. Tuttavia questa distinzione, così chiara sul piano pedagogico, non sempre viene percepita dagli studenti. Per alcuni ragazzi un voto rappresenta semplicemente un'informazione sul proprio percorso scolastico; per altri può assumere significati molto più profondi, incidendo sulla percezione di sé, sull'autostima, sulla fiducia nelle proprie possibilità e persino sul rapporto con il futuro.


Per questa ragione ogni decisione assunta durante uno scrutinio dovrebbe essere accompagnata da una particolare consapevolezza etica. Non per rinunciare al rigore o abbassare il livello delle aspettative educative, ma per ricordare che educare significa tenere insieme responsabilità e umanità, autorevolezza e comprensione, fermezza e capacità di vedere la persona oltre la prestazione.

La scuola non ha il compito di proteggere i giovani da ogni difficoltà. Ha invece il dovere di aiutarli ad affrontare il limite, l'errore, la fatica e persino l'insuccesso, trasformandoli in occasioni di crescita.


Ma ciò può avvenire soltanto se la valutazione viene percepita come parte di un percorso educativo e non come un verdetto definitivo sul valore di una persona.

Le segnalazioni ricevute inducono inoltre a riflettere sul crescente affaticamento emotivo che interessa molti professionisti della scuola. Agli insegnanti viene chiesto ogni giorno di svolgere funzioni sempre più numerose: trasmettere conoscenze, educare, ascoltare, includere, mediare conflitti, affrontare fragilità sociali e psicologiche, gestire emergenze educative e relazionali. Si tratta di un carico umano prima ancora che professionale.


Quando tale impegno non trova adeguati spazi di riconoscimento e sostegno, possono emergere forme di stress e di logoramento che si manifestano attraverso irritabilità, chiusura, conflittualità crescente e difficoltà nel mantenere relazioni professionali serene. È in questo quadro che fenomeni riconducibili al burnout meritano di essere osservati con attenzione, senza stigmatizzazioni e senza semplificazioni.

Forse la domanda più importante non riguarda ciò che è accaduto in alcuni consigli di classe.


La domanda riguarda il tipo di scuola che intendiamo costruire. Una scuola nella quale prevalgono i personalismi e le contrapposizioni oppure una comunità educante nella quale il confronto, pur acceso, rimane sempre orientato al bene degli studenti.

Il CNDDU ritiene che la risposta a tale interrogativo rappresenti una sfida culturale prima ancora che organizzativa. Una società che investe sull'educazione dovrebbe anzitutto prendersi cura delle relazioni che la rendono possibile. Perché educare non significa esercitare un potere sugli altri, ma assumersi una responsabilità verso il loro futuro".

di La Redazione




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