Recalcati: "Per crescere ed essere felici bisogna andare contro l’onda". La metafora del "maestro pittore" che spiega perché educare significa rimettere in movimento
- La Redazione

- 5 lug
- Tempo di lettura: 3 min
Aggiornamento: 7 lug
Educare non significa riempire, ma rimettere in movimento. Dalla metafora della tela bianca al ruolo di scuola e famiglia...

Attraverso la metafora del "maestro pittore", Massimo Recalcati, psicoanalista e saggista italiano, ci invita a guardare da vicino l’inibizione, la paura di esporsi, il timore di compiere un atto che ci mostri per ciò che siamo.
Recalcati parte da un’immagine semplice ma potentissima, il pittore davanti alla tela: “La difficoltà a sporcare la tela bianca porta all’inibizione, e dunque, noi dovremmo dire: per evitare l’incontro con l’onda, per evitare di mettere il piede sul mare, per evitare di attraversare quel ponte di legno stretto che porta sopra l’abisso, non ci esponiamo, preserviamo il noto, vogliamo evitare l’errore. E dunque: inibizione, blocco, arretramento.” L’esperto ci spiega come nasce l’inibizione: non come mancanza, ma come difesa.
Una dinamica che non riguarda solo l’arte. Riguarda l’educazione, la crescita, il rapporto tra adulti e giovani. Bambini e ragazzi che imparano presto a restare “al di qua”, a non rischiare, a non sbagliare. "Mi tengo al di qua dell’atto, non mi espongo, non voglio fare brutte figure". È una frase che molti studenti non pronunciano ad alta voce, ma che orienta le loro scelte ogni giorno.
Recalcati, per spiegare cosa significa davvero educare, richiama il gesto di un grande maestro, Emilio Vedova, pittore e docente all’Accademia di Venezia. Di fronte agli allievi paralizzati dalla tela bianca, Vedova non spiegava, non incoraggiava a parole. Agiva. "Arrivava con un secchio pieno di colore, uno spazzolone, e dava un colpo sulla tela". Un gesto che rompeva l’immobilità. "Questo sbloccava gli allievi, li metteva in movimento". A prima vista potrebbe sembrare un invito a fare qualunque cosa, a “scarabocchiare”. Ma Recalcati avverte che questa è solo una lettura superficiale. Il punto è un altro. "Ciò che paralizza non è il vuoto della tela, non è il bianco assoluto. Ciò che paralizza è il fatto che questo vuoto è pieno".
Pieno di modelli, di immagini già viste, di ciò che la storia dell’arte ha già prodotto. È qui che la metafora diventa educativa. Anche i nostri figli e studenti non sono bloccati dal vuoto, ma dal troppo pieno: aspettative, confronti, ideali irraggiungibili. "Come posso io dipingere qualcosa dopo Monet, dopo Picasso, dopo Morandi?" La paralisi nasce quando il peso del già fatto schiaccia la possibilità del nuovo. Educare, allora, non significa riempire ulteriormente. Non significa aggiungere regole, spiegazioni, pressioni. Significa fare spazio. "Bisogna svuotare la tela per rendere possibile il gesto dell’allievo".
Svuotare non vuol dire abbandonare, ma togliere ciò che blocca: la paura del giudizio, l’ansia di essere all’altezza, l’idea che l’errore sia una colpa. Questo vale per la scuola, ma anche per la famiglia. Ogni volta che un adulto anticipa troppo, controlla troppo, corregge prima ancora che il gesto avvenga, rischia di alimentare l’inibizione invece di scioglierla. Il vero compito educativo non è sostituirsi all’atto del giovane, ma renderlo possibile. "Per rompere l’inibizione", ricorda Recalcati, "serve rimettere in movimento". Solo così il ragazzo può attraversare quel ponte, incontrare l’onda, esporsi al rischio di essere sé stesso. Ed è lì, proprio lì, che inizia davvero la crescita.
Per te, lettore che ci segui, ti sei mai accorto di quanto spesso, per paura di sbagliare o di esporci, restiamo “al di qua” dell’atto, evitando il rischio di metterci davvero in gioco? Ti è mai capitato, come genitore o come educatore, di bloccare un gesto prima ancora che potesse nascere, pensando di proteggere?
Scorri in basso e raccontaci la tua esperienza nei commenti, anche in forma anonima. Condividere può aiutare altri genitori e insegnanti a riflettere sul confine sottile tra protezione e inibizione, e a non sentirsi soli nel compito di educare.
di Eugenio Piemontese




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La vergogna del Se' o di Se' per aver vissuto e subito trattamenti pesantemente invalidanti nell'infanzia, vergogna autolimitante,inibitoria, quella vergogna insostenibile conduce ad adottare comportamenti evitanti. Nasce la personalità evitante condannata alla solitudine per conservare almeno parti di quel devastato se'rimaste inspiegabilmente illese.
Il punto è che se i ragazzi hanno paura di esporsi evidentemente hanno ricevuto un messaggio che ha creato loro disagio. La responsabilità in questo caso è di alcuni insegnanti legati a una vecchia idea dell’insegnamento e alla loro sterile ieraticità.
Oggi dopo tanti anni di autolimitazioni mi sento quasi Libero..mi si è aperto il Cuore, hoe la mente si è calmata...Fantastico, mi esprimo restando in contatto con me stesso, sono autentico, vero, così riesco a comunicarmi e donarmi agli altri
Mi sento vivo, espresso...chiaramente il tutto senza ferire l altro essere umano
Grazie
A volte solo leggendo il pensiero di un esperto ti rendi conto che commetti degli errori, ma come fare a capire che lasciando sempre libero un figlio nelle scelte stai educando?
Ottimo , finalmente Recalcati va' anche lui aldilà dell' onda ...
I maranza , l'aggressività, le violenze ,tutto parte dalla mancata partecipazione della famiglia...
Ma anche lo stato e specialmente la sinistra ha svuotato il ruolo della famiglia dall' educazione...
E la ha abbandonata difronte all'incapacità dello stato di andare "oltre".
Non si riconosce la famiglia, i valori della comunità, i valori della nostra civiltà , ma si chiede ai genitori di andare"oltre"...bella metafora.
Ora però ricostruiamo il giusto rapporto tra diritti e doveri...
E facciamo sentire che : stato, famiglia,scuola e giustizia riparativa sono in sintonia....e per ultimo qiesti "servizi sociali" giunti ad una deriva ideologoca qiaco Amarchica.
Buona giornata