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Mobilità dei dirigenti scolastici, una riflessione sulle ricadute sul diritto all'unità familiare, sulla tutela della genitorialità e sull'equità dell'azione amministrativa

Il CNDDU richiama l'attenzione del Ministro Valditara sulla riflessione di un dirigente scolastico, auspicando un confronto per aggiornare i...

"Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) porta all'attenzione del Ministro dell'Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, e dell'opinione pubblica la riflessione elaborata da un Dirigente Scolastico e trasmessa al Coordinamento sul tema della mobilità dei dirigenti e delle sue ricadute sul diritto all'unità familiare, sulla tutela della genitorialità e sull'equità dell'azione amministrativa.


Ritenendo che tali questioni investano principi fondamentali sanciti dalla Costituzione italiana e dalle principali fonti nazionali e internazionali di tutela dei diritti umani, il CNDDU auspica che questa riflessione possa contribuire ad aprire un confronto serio e costruttivo tra il Ministero dell'Istruzione e del Merito, le organizzazioni sindacali e tutti i soggetti istituzionali coinvolti, nella prospettiva di un aggiornamento dei criteri che disciplinano la mobilità dei Dirigenti Scolastici, così da garantire un equilibrio più equo tra le esigenze dell'amministrazione e la tutela dei diritti fondamentali della persona e della famiglia.


È con questo intento che il CNDDU propone il contributo di un Dirigente Scolastico, ritenendolo meritevole di attenzione per l'importante apporto che offre al dibattito su un tema di grande rilevanza umana, sociale e istituzionale.

Quando la mobilità dimentica le famiglie: i trasferimenti dei Dirigenti Scolastici non possono essere solo una questione di Legge 104

Ogni estate, per centinaia di Dirigenti Scolastici, la pubblicazione degli esiti della mobilità rappresenta molto più di un atto amministrativo. Dietro quelle graduatorie ci sono famiglie divise, figli che crescono lontano da un genitore, matrimoni vissuti tra aeroporti e treni, bambini che vedono il padre o la madre solo nei fine settimana.


Eppure, negli ultimi anni, sembra essersi consolidata una convinzione sempre più diffusa tra gli addetti ai lavori: la mobilità dei Dirigenti Scolastici è diventata un sistema nel quale il peso delle precedenze sanitarie è predominante, mentre altri elementi che dovrebbero concorrere a determinare l'ordine delle assegnazioni sembrano perdere progressivamente rilevanza.

Nessuno mette in discussione il valore della tutela della disabilità. Sarebbe ingiusto e contrario ai principi costituzionali. Chi assiste un familiare con disabilità grave ha diritto a specifiche forme di protezione, e questo deve rimanere un pilastro del nostro ordinamento.


Il problema nasce quando il sistema non riesce più a guardare oltre.

Oggi molti dirigenti scolastici hanno la percezione che l'anzianità di servizio, gli anni trascorsi alla guida delle istituzioni scolastiche, l'esperienza maturata sul campo e il sacrificio di chi ha accettato sedi lontane dalla propria regione non ricevano un adeguato riconoscimento nelle procedure di mobilità.

I Dirigenti Scolastici vincitori del concorso bandito nel 2017 parteciparono a una procedura nazionale, accettando di essere assegnati in qualunque parte d'Italia pur di entrare in ruolo. Molti di loro hanno prestato servizio per anni lontano dalla propria regione, affrontando sacrifici personali e familiari nella prospettiva che l'esperienza maturata e l'anzianità di servizio avrebbero rappresentato elementi significativi nelle future procedure di mobilità.


Negli anni successivi, il sistema è profondamente cambiato con l'introduzione di procedure concorsuali su base regionale. Si tratta di una scelta legislativa legittima, ma che ha inevitabilmente prodotto situazioni molto diverse tra loro. Chi è entrato in ruolo attraverso il concorso nazionale del 2017 si trova oggi a confrontarsi con regole e contesti che non erano prevedibili al momento della partecipazione al concorso. Per questo motivo appare opportuno interrogarsi sull'effettiva equità dell'applicazione di criteri identici a situazioni che identiche non sono. Chi ha accettato un incarico nazionale, spesso a oltre mille chilometri dalla propria famiglia, non può essere valutato esclusivamente con gli stessi parametri di chi ha avuto accesso al ruolo attraverso procedure regionali che, per loro natura, consentono una permanenza nel territorio di riferimento.


Il principio di uguaglianza non significa trattare allo stesso modo situazioni profondamente diverse, ma garantire criteri che tengano conto delle differenti condizioni di partenza. Una riflessione sul futuro della mobilità dovrebbe quindi considerare anche questo aspetto: riconoscere il sacrificio di chi ha contribuito, negli anni più difficili, a garantire il funzionamento del sistema scolastico nazionale accettando sedi lontane dalla propria terra e dalla propria famiglia.


A questa sensazione si aggiunge un'altra questione che merita una riflessione. Numerosi dirigenti che prestano servizio da molti anni evidenziano come, a seguito delle procedure straordinarie di reclutamento e dei conseguenti contenziosi, alcuni dirigenti immessi in ruolo successivamente abbiano ottenuto il rientro nelle regioni di provenienza prima di colleghi con una maggiore anzianità di servizio. Al di là della piena legittimità delle decisioni giudiziarie e delle procedure previste dalla legge, è comprensibile che ciò alimenti un diffuso senso di disparità tra chi attende da anni di ricongiungersi alla propria famiglia.


Dov'è la tutela per il dirigente con una figlia di pochi mesi che vive a oltre mille chilometri di distanza? Dov'è l'attenzione per una madre costretta ad affrontare da sola la gravidanza e i primi mesi di vita del proprio bambino? Dov'è il riconoscimento del diritto di una famiglia a vivere insieme, principio che la Costituzione afferma e che la politica richiama continuamente nei propri programmi?

La mobilità non può trasformarsi in un algoritmo incapace di distinguere le persone dalle pratiche amministrative.


Un bambino di pochi mesi ha bisogno della presenza quotidiana di entrambi i genitori. Non è un'esigenza sentimentale: è un interesse superiore del minore, riconosciuto anche dalla normativa nazionale e internazionale. Allo stesso modo, la maternità, la paternità e la genitorialità non possono diventare circostanze irrilevanti solo perché non rientrano in una determinata categoria amministrativa.

Molti Dirigenti Scolastici prestano servizio per anni lontano dalla propria regione. Hanno accettato incarichi difficili, spesso in territori molto distanti dalla propria casa, garantendo il funzionamento delle scuole italiane con professionalità e spirito di servizio. Dopo anni di sacrifici è legittimo aspettarsi che il sistema sappia contemperare il buon andamento dell'amministrazione con il diritto alla vita familiare.


Il rischio è quello di creare una mobilità percepita come profondamente sbilanciata, nella quale alcune situazioni ricevono tutela piena mentre altre – come la presenza di figli piccoli, il ricongiungimento tra coniugi e l'anzianità di servizio maturata sul campo – finiscono per avere un peso marginale.

La famiglia non può essere evocata soltanto nei discorsi istituzionali. Deve diventare un criterio reale nelle scelte amministrative.

Occorre aprire una riflessione seria sul sistema della mobilità dei Dirigenti Scolastici.


È necessario individuare meccanismi che, senza comprimere i diritti garantiti dalla Legge 104, valorizzino anche l'anzianità di servizio, l'esperienza professionale, la presenza di figli in tenera età, il ricongiungimento tra coniugi e tutte quelle condizioni familiari che incidono profondamente sulla vita delle persone.

Perché amministrare significa applicare le norme, ma anche comprenderne la finalità.


Una scuola che educa ai valori della famiglia, della solidarietà e della centralità della persona non può permettersi che chi la dirige sia costretto, per anni, a vivere lontano dai propri figli.

La mobilità deve tornare ad essere uno strumento di equilibrio tra le esigenze dell'amministrazione e i diritti delle persone, nel rispetto dei principi di trasparenza, merito ed equità.

Dietro ogni domanda di trasferimento non c'è un numero di protocollo. C'è una storia, una famiglia, un bambino che aspetta il ritorno di un genitore. Ed è da lì che qualsiasi riforma dovrebbe ricominciare".

di La Redazione



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