Recalcati: “Si tratta di trasformare le cicatrici in poesia”. Quando il fallimento può diventare un nuovo inizio
- La Redazione
- 2 ore fa
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Le ferite non raccontano soltanto ciò che abbiamo perduto: possono rivelare possibilità che, prima della caduta, non eravamo ancora in grado di vedere...

«Si tratta di trasformare le cicatrici in poesia. La cicatrice non è, infatti, solo la memoria di quanto è già avvenuto, ma diventa un nuovo possibile inizio». Spesso pensiamo che toccare il fondo equivalga alla fine di tutto. Crediamo che un progetto andato in frantumi, un amore finito male o un traguardo mancato siano marchi di debolezza incancellabili.
Invece, lo psicoanalista Massimo Recalcati ci invita a guardare le macerie della nostra esistenza con occhi diversi, richiamando il celebre verso con cui Fabrizio De André contrappone la sterilità dei diamanti alla capacità del letame di generare fiori. Inutile aggrapparsi all’illusione di raggiungere una vita perfetta: la vera forza nasce dalla capacità di attraversare le proprie sconfitte per ricostruire una quotidianità più autentica.
Eppure, la reazione più istintiva di fronte all'ostacolo è la ritirata. Presi dal panico di non essere all'altezza, preferiamo spegnere ogni ambizione. «L’arretramento della vita, l’assenza di possibilità, la rinuncia alla speranza, la rassegnazione, il ripiegamento mortifero e depressivo sono tutte strategie di evitamento del rischio del desiderio».
Per paura di fallire, scegliamo di non vivere, rinunciando ai nostri sogni per non esporci al pericolo della delusione, ignorando che proprio questa fuga può trasformarsi nella sconfitta più profonda.
Capire davvero di che pasta siamo fatti richiede un un confronto sincero con la realtà. «Il fallimento implica un incontro con il proprio limite e questo può sempre, se preso dal verso giusto, diventare una possibilità di apertura inedita».
L'impatto con un ostacolo apparentemente insormontabile ci costringe a misurare le nostre vere energie, spingendoci a correggere la rotta. Nessuno è immune dagli sbagli, chi si aspetta un’esistenza priva di inciampi è destinato a ricredersi al primo vero urto.
Questo cambio di prospettiva è vitale soprattutto per l'educazione dei giovani. Oggi molti adulti cercano di spianare la strada ai ragazzi, vivendo ogni loro passo falso come un dramma personale e intervenendo per salvarli. Ma proteggerli da ogni caduta significa impedire loro di imparare ad affrontare la vita vera.
«Il fallimento è un’esperienza formativa fondamentale, se si dà il tempo perché lo possa diventare davvero». È proprio sul valore educativo dell’errore che Recalcati insiste in Elogio del fallimento. Invece di pretendere una marcia trionfale senza intoppi, dovremmo lasciare alle nuove generazioni lo spazio vitale per cadere e, soprattutto, il tempo per capire come rialzarsi da soli. Solo attraversando realmente una difficoltà possono acquisire la consapevolezza e gli strumenti necessari per affrontare il mondo.
E tu, lettore che ci segui, pensi che il fallimento possa davvero diventare un’occasione per conoscersi e ricominciare? Come genitore o insegnante, ritieni sia più giusto proteggere i giovani dalle cadute oppure lasciare loro il tempo e lo spazio necessari per imparare a rialzarsi?
di Leandro Castagna




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