Galiano ai giovani: "Ognuno ha la sua strada e non è detto che quella più veloce sia per forza la migliore. L’apprendimento non è una gara di velocità"
- La Redazione
- 20 ore fa
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Enrico Galiano riflette sulla scuola e sui giovani: il merito, i tempi dell’apprendimento e il valore delle strade lunghe in un messaggio che invita a rallentare e a non sentirsi sbagliati.

In una riflessione condivisa nei giorni scorsi, Enrico Galiano ha scelto una metafora, potente e volutamente provocatoria, una lettera indirizzata a Babbo Natale. Non per chiedere regali, ma per togliere ciò che, a suo avviso, continua a frenare la scuola e a pesare sulle spalle dei giovani. Ne nasce un messaggio che va oltre il periodo natalizio e parla di educazione, tempi dell’apprendimento e rispetto dei percorsi individuali.
“Caro Babbo Natale, quest’anno niente letterina con richieste di profumi, maglioni o viaggi. No: niente regali da portare. Per quest’anno vorrei essere un po’ anticonsumista e scriverti invece una lista di cose che preferirei non vedere più: insomma, cose che ti chiederei di portare via. Con la slitta, se serve, ma anche col furgone dei traslochi, che qui c’è parecchia roba ingombrante. Sì, ti scrivo per la scuola. E la mia lista comprende cinque regali. Lo so, Babbo, non è facile.
Però tu lavori una notte sola all’anno, io a scuola ci sto dieci mesi: direi che uno sforzo lo puoi fare”, in tal modo lo scrittore ed insegnante italiano Enrico Galiano inizia la sua profonda riflessione utilizzando metaforicamente una “lettera rivolta a Babbo Natale” non per richiedere dei doni ma per realizzare una scuola diversa, così da eliminare tutti quegli aspetti negativi che impediscono ai giovani di crescere consapevolmente e responsabilmente.
Ecco allora cinque regali che meriterebbe una scuola migliore.
“Primo regalo: porta via il ‘merito’ usato a sproposito.
Non il merito vero, quello dell’impegno, della fatica, della crescita. Quello finto. Quello che a scuola spesso coincide con il punto di partenza, non con il percorso.
Perché i dati lo dicono chiaro: rendimento scolastico e background familiare sono legati a doppio filo. Più capitale culturale hai in casa, più parti avanti. Chiamarlo ‘merito’ è come dare una medaglia a chi è nato all’ultimo piano per essere arrivato prima sul tetto. E continuare a usarlo così non motiva: legittima le disuguaglianze e le fa sembrare giuste. Non è buonismo: è statistica.
Secondo regalo: porta via l’insensata nostalgia per la scuola di una volta. Quella del ‘si stava meglio quando si bocciava di più’. Perché la scuola del passato era selettiva, sì, ma anche esclusiva. Lasciava fuori tre ragazzi su quattro, e non perché fossero pigri, ma perché poveri, femmine, o semplicemente nati nel posto sbagliato. Idealizzarla oggi è come un ex galeotto che rimpiange la prigione, perché almeno lì c’era vitto e alloggio gratis. Non è buonismo: è buon senso.
Terzo regalo: porta via il vizio di dare addosso ai giovani.
Questa cosa che ogni generazione è ‘la peggiore di sempre’ è vecchia quanto l’umanità. Solo che oggi abbiamo studi seri che dicono l’opposto: i ragazzi sono più sensibili ai temi sociali, più consapevoli emotivamente, più aperti alla diversità. Inoltre, non è vero che sono meno preparati: è che vivono in un tempo che chiede loro il triplo di quel che chiedeva a noi. Sono fragili, sì. Ma non perché sono molli: perché vivono in un mondo più instabile, più giudicante, più competitivo. Non è condiscendenza: è onestà intellettuale.
Quarto regalo: porta via il megafono a chi parla di scuola senza metterci piede da decenni.
Quelli che dicono ‘ai miei tempi’ come se fosse un titolo di studio. La scuola è un ecosistema complesso, non un ricordo d’infanzia. Parlarne senza conoscerla, senza aver davvero parlato con ragazzi, insegnanti e genitori, è come dare consigli a un falegname perché una volta hai montato una libreria dell’Ikea. Non è cattiveria: è fiducia nella competenza.
Quinto regalo, il più delicato: porta via la celebrazione tossica dei fuoriclasse a tempo record. Quelli che si laureano prima, meglio, più in fretta. Belli, bravissimi, applausi. Sul serio. Ma quando li trasformiamo in modelli universali, il messaggio implicito è uno solo: se ci metti di più, sei sbagliato. E invece sappiamo, da decenni di psicologia dell’educazione, che l’apprendimento non è una gara di velocità, ma un processo non lineare. Le strade lunghe e tortuose non sono fallimenti: sono percorsi. E spesso portano a competenze più solide, più profonde, più umane. Non è invidia: è che a ognuno la sua strada. E non è detto che quella più veloce sia per forza la migliore.
Ecco, Babbo Natale. Cinque cose da togliere”,
Pertanto occorre restituire ai giovani una scuola migliore in cui poter riporre fiducia, una scuola nella quale ogni studente possa ritrovare se stesso, riscoprendo le proprie attitudini ed inclinazioni personali, i propri sogni e le proprie ambizioni, considerando l’apprendimento come un percorso grazie al quale acquisire competenze più solide e profonde, tenendo bene a mente che ciascuno percorre la propria strada con i suoi tempi e che il percorso più veloce non è sempre quello migliore.
In tale prospettiva appare fondamentale la funzione svolta dagli insegnanti che in qualità di educatori sapranno guidare gli allievi lungo il cammino, indicando loro la strada giusta da percorrere senza mai perdersi, alla luce di una scuola che deve necessariamente recuperare la sua fondamentale ed imprescindibile funzione formativa.
di VALENTINA TROPEA






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