Femminicidi in Italia: i numeri calano, ma c'è un dato fermo da anni che continua a preoccupare
- La Redazione

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Ministero dell'Interno, Istat, Eures ed Eige raccontano un fenomeno a due velocità: diminuiscono gli omicidi e le vittime complessive, ma...

I numeri, presi tutti insieme, raccontano un'Italia più sicura. Ma basta guardare una singola cifra, quella delle donne uccise dal partner o dall'ex partner, per capire che qualcosa continua a non funzionare.
Il quadro generale: meno omicidi, meno vittime donne
Secondo il consuntivo 2025 del Ministero dell'Interno (Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Servizio Analisi Criminale), pubblicato a fine gennaio 2026, gli omicidi volontari in Italia sono stati 286, il 15% in meno rispetto ai 335 dell'anno precedente. Le vittime donne sono scese a 97, in calo del 18% sulle 118 del 2024: per la prima volta da anni il numero è sceso sotto la soglia delle cento vittime annue.
Anche gli omicidi in ambito familiare o affettivo diminuiscono, passando da 158 a 128 casi (-19%), con le vittime femminili che calano da 101 a 85 (-16%).
Il dato che non scende: le vittime del partner
Fin qui, un trend positivo. Ma c'è un dato che rompe questa tendenza. Le donne uccise dal partner o dall'ex partner nel 2025 sono state 62, esattamente lo stesso numero del 2024. Nessun calo, nessun miglioramento: mentre ogni altra categoria di omicidi si riduce, questa resta ferma da un anno all'altro, come se le politiche di prevenzione fin qui adottate non riuscissero a intaccare proprio la forma di violenza più intima e nascosta.
Il nuovo reato di femminicidio e i primi dati del 2026
Nel primo trimestre del 2026 il quadro si arricchisce di un elemento nuovo: l'entrata in vigore della legge 2 dicembre 2025, n. 181, che ha introdotto nel codice penale il reato specifico di femminicidio (articolo 577-bis), punendo in modo autonomo l'uccisione di una donna commessa come atto di discriminazione, odio, possesso o controllo. Nei primi tre mesi dell'anno sono stati registrati 3 casi formalmente classificati come femminicidio, tutte vittime tra i 41 e i 64 anni.
Nello stesso periodo gli omicidi volontari totali (che comprendono vittime di entrambi i sessi) sono stati 59, mentre le donne uccise complessivamente, sommando le due categorie di reato, sono state 15. Un dettaglio che merita attenzione riguarda gli autori: quelli tra i 18 e i 24 anni rappresentano il 26% del totale, un quarto degli omicidi commessi da giovani adulti appena entrati nell'età adulta.
La prospettiva storica: un secolo di calo, tranne che per un aspetto
Spostando lo sguardo su un arco temporale più lungo, l'Istat ricostruisce la serie storica degli omicidi volontari dal 1891 a oggi: nel quinquennio 1891-1895 si contavano in media 5,9 omicidi ogni 100mila abitanti, mentre nel periodo 2020-2024 il tasso è crollato a 0,6. Un secolo e mezzo di progressiva pacificazione della società italiana.
Ma quando l'istituto scompone questo dato per genere, nel Rapporto sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) 2026 emerge un'anomalia che l'istituto stesso segnala come una forte discrepanza: mentre gli omicidi maschili, legati soprattutto a criminalità comune, organizzata o mafiosa, sono letteralmente crollati negli ultimi trent'anni, il numero delle donne uccise per motivi di genere in ambito familiare o affettivo non ha mai registrato una riduzione paragonabile.
Vent'anni di dati: la centralità della famiglia
A confermare questa lettura arriva l'Eures, che dal 1990 gestisce una delle banche dati più complete sugli omicidi dolosi nel Paese. Guardando al ventennio 2000-2019, l'istituto calcola che le donne uccise in Italia sono state complessivamente 3.230. Di queste, 2.355 sono morte in ambito familiare, il 72,9% del totale, e 1.564 per mano di un partner, coniuge o ex partner, quasi la metà di tutte le vittime (48,4%). I rapporti annuali dell'Eures, fino all'undicesimo pubblicato nel 2024, parlano di una frequenza costante: un femminicidio ogni tre giorni sul territorio nazionale.
L'effetto lockdown: la convivenza come fattore di rischio
Un capitolo a parte, dentro i dati Eures, riguarda gli effetti della convivenza forzata durante la pandemia. Nel Rapporto speciale del 2020, l'istituto ha misurato come il lockdown abbia funzionato da acceleratore della violenza domestica: la quota di femminicidi avvenuti in ambito familiare è salita all'89%, contro l'85,8% dell'anno precedente. Ancora più significativo il dato sulla convivenza: i delitti commessi da
un partner convivente sono passati dal 65,8% del 2019 al 69,1% del 2020, e nel trimestre di lockdown più rigido (marzo-giugno 2020) l'80,8% delle vittime, 21 su 26, condivideva il tetto con il proprio assassino. Chiuse in casa, senza la possibilità di allontanarsi anche solo per qualche ora, molte donne si sono ritrovate sole con chi le avrebbe poi uccise.
Il confronto europeo: progressi sociali, violenza immobile
Infine, la prospettiva europea. L'Eige, l'agenzia dell'Unione Europea che si occupa di
parità di genere, ha introdotto dal 2021 uno standard comune per rendere confrontabili i dati sul femminicidio tra i diversi Paesi membri, includendo nella definizione l'omicidio domestico, quello per mano del partner, i delitti a sfondo sessuale e i delitti d'onore. Nel suo Gender Equality Index, l'istituto certifica che l'Italia ha fatto passi avanti importanti sul piano sociale e legislativo, guadagnando 14,9 punti tra il 2010 e il 2023, trainata soprattutto dalla crescita della rappresentanza femminile in politica e nei consigli di amministrazione (+37,5 punti in quell'ambito specifico). Ma anche in questo caso il progresso registrato non si è tradotto in una riduzione simmetrica della violenza di genere e degli omicidi correlati, un divario che l'Eige collega alla necessità di rafforzare le politiche di prevenzione ed educazione, accanto agli interventi legislativi e sociali già messi in campo.
Il quadro che emerge racconta un fenomeno a due velocità: mentre gli omicidi continuano a diminuire e l'Italia diventa complessivamente più sicura, la violenza letale nelle relazioni affettive resta sostanzialmente stabile. È proprio questo il dato che continua a rappresentare la sfida più difficile per le politiche di prevenzione e di contrasto.
di Leandro Castagna




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