Esclusione di bambini da un settore giovanile calcistico: riflessione sul valore educativo dello sport di base, tutela dei minori e ruolo delle politiche di Safeguarding FIGC
- La Redazione

- 1 giorno fa
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La vicenda dell’esclusione di alcuni bambini di 8 e 9 anni da un settore giovanile calcistico riapre il dibattito sul significato educativo dello sport di base e sulla necessità di...

"Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime viva attenzione in merito alla vicenda riguardante l'esclusione di alcuni bambini di otto e nove anni dal settore giovanile di una società calcistica del territorio imolese, attualmente all'esame della Commissione Federale Responsabile delle Politiche di Safeguarding della FIGC.
Pur nel pieno rispetto delle verifiche in corso e del principio di imparzialità che deve accompagnare ogni valutazione, riteniamo doveroso soffermarci sul significato educativo di quanto emerso nel dibattito pubblico. La questione, infatti, supera il caso specifico e richiama una riflessione più ampia sul rapporto tra formazione, sport e diritti dell'infanzia. Le categorie dedicate ai più piccoli non rappresentano semplicemente il primo gradino di un eventuale percorso agonistico. Esse costituiscono, prima di tutto, uno spazio privilegiato di crescita personale, di costruzione dell'identità, di scoperta delle proprie capacità e di apprendimento della relazione con gli altri. In questa fase evolutiva il risultato sportivo non può prevalere sulla formazione della persona, poiché il valore educativo dell'attività motoria risiede nella possibilità di consentire a ciascun bambino di sperimentare appartenenza, cooperazione, fiducia e progressivo sviluppo delle proprie potenzialità.
Quando il criterio selettivo interviene precocemente, soprattutto in contesti dichiaratamente formativi, il rischio è quello di trasmettere ai minori un messaggio implicito particolarmente delicato: il riconoscimento della propria dignità all'interno del gruppo dipenderebbe esclusivamente dalla prestazione. Una simile dinamica può incidere profondamente sull'autostima, sulla motivazione e sul senso di appartenenza sociale, elementi fondamentali nel processo di crescita.
Lo sport educativo non è chiamato a negare il merito o l'impegno, ma a collocarli all'interno di un percorso nel quale ogni bambino possa sentirsi accolto, rispettato e accompagnato nella scoperta delle proprie inclinazioni.
La competizione rappresenta una componente importante dell'esperienza sportiva, ma nelle fasce d'età iniziali deve essere subordinata alla costruzione di competenze relazionali, emotive e civiche che costituiscono il fondamento di una cittadinanza consapevole.
L'introduzione, da parte della FIGC, delle politiche di Safeguarding rappresenta un passaggio culturale di straordinaria rilevanza. Esse non si limitano a prevenire abusi o discriminazioni, ma promuovono un nuovo paradigma educativo fondato sulla tutela dell'integrità psicofisica del minore, sulla centralità del suo benessere e sulla responsabilità condivisa di tutte le figure adulte coinvolte. In questa prospettiva, il Responsabile Safeguarding assume un ruolo strategico non soltanto come garante della conformità normativa, ma come presidio culturale capace di valutare preventivamente l'impatto educativo delle decisioni organizzative.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani auspica che gli accertamenti federali possano contribuire a fare piena chiarezza sulla vicenda, offrendo al contempo l'occasione per una riflessione nazionale sul significato dell'attività sportiva di base.
Occorre investire con maggiore convinzione nella formazione pedagogica di dirigenti, allenatori e operatori sportivi affinché ogni scelta organizzativa sia orientata non soltanto all'efficienza tecnica, ma anche alla tutela dello sviluppo armonico della personalità dei minori.
Le società sportive rappresentano infatti autentiche comunità educanti, chiamate a condividere con la scuola e con la famiglia la responsabilità di accompagnare bambini e ragazzi verso una crescita fondata sul rispetto, sulla partecipazione e sulla valorizzazione delle differenze.
Una società che misura il valore dei propri bambini esclusivamente attraverso la prestazione rischia di perdere la propria funzione educativa. Una comunità che, invece, riconosce in ogni bambino una risorsa da accompagnare nella crescita costruisce le basi di una cultura dei diritti, della solidarietà e della democrazia.
Lo sport, soprattutto quando parla ai più piccoli, non può limitarsi a selezionare talenti: deve contribuire a formare persone".
di La Redazione




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