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Edgar Morin: "È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena". La scuola non deve insegnare la vita, ma educare alla vita

"La domanda di una studentessa diventa il punto di partenza per riflettere sul significato dell'educazione. Attraverso il pensiero di Edgar Morin emerge una scuola chiamata..."

«Prof.ssa, secondo me la scuola dovrebbe insegnarci a vivere, non solo a studiare…a cosa serve la scuola se non ci insegna a vivere?»

La domanda è arrivata durante una lezione di Scienze Umane, quasi come una provocazione. Non chiedeva una definizione, ma rivendicava un diritto. Quella studentessa era convinta che la scuola avesse il dovere di preparare i giovani non soltanto agli esami o al lavoro, ma alla vita stessa.


Confesso che la risposta non avvenne subito, ma al termine della lezione quella domanda ha continuato ad accompagnarmi. In fondo, è la stessa domanda che la pedagogia si pone da oltre un secolo: qual è il vero compito della scuola?

Pochi giorni dopo, mentre l'anno scolastico si avviava alla conclusione, è arrivata la notizia della scomparsa di Edgar Morin. Ho pensato che fosse una coincidenza solo apparente. Da una parte una ragazza che chiedeva alla scuola di insegnare a vivere; dall'altra uno dei più grandi pensatori del Novecento che, per tutta la vita, ha riflettuto proprio sul significato dell'educazione.


È stato allora che ho immaginato un dialogo con lui.

Non per ricordarne semplicemente le opere o celebrarne il pensiero, ma per chiedergli se quella studentessa avesse ragione.

Negli ultimi anni è stato chiesto ai docenti di fare tutto. Educare alla cittadinanza, alla sostenibilità, all'affettività, alla legalità, alla salute, al digitale, alla finanza. Prevenire il bullismo, la dispersione scolastica, il disagio psicologico, la violenza di genere. Preparare al lavoro e, nello stesso tempo, alla vita.

È proprio quest'ultima richiesta che merita una riflessione a partire dal dibattito aperto in classe.


La scuola può davvero insegnare a vivere?

La risposta, credo, sia no.

Se la scuola pretendesse di indicare quale sia la vita giusta, quale felicità perseguire o quali valori scegliere, smetterebbe di educare e inizierebbe a omologare. Ogni esistenza è irripetibile. Nessun docente, per quanto preparato, può conoscere il destino di uno studente. Nessun curricolo può trasformarsi in un manuale universale dell'esistenza.

Ed è qui che, idealmente, Morin riprende la parola.

“L'educazione deve diventare un insegnamento a vivere, nel senso che ogni individuo, indipendentemente dal contesto in cui si trova, deve essere in grado di affrontare la vita di tutti i giorni comprendendola, affrontandone l'incertezza e sviluppando il proprio pensiero critico.”


La sua idea di educazione non consisteva nel ridurre la complessità, ma nell'abitarla. Non nel fornire risposte definitive, ma nell'insegnare a convivere con l'incertezza. Non nel consegnare mappe già disegnate, ma nell'offrire una bussola.

«È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena».

Questa immagine della bussola mi sembra oggi più attuale che mai.

Una mappa indica un percorso già deciso. Una bussola, invece, permette di orientarsi quando il paesaggio cambia. E il paesaggio educativo sta cambiando con una rapidità senza precedenti. L'intelligenza artificiale ridefinisce il concetto stesso di conoscenza; i social network influenzano identità e relazioni; la velocità delle trasformazioni rende obsolete competenze che sembravano indispensabili fino a pochi anni fa.


Che cosa resta, allora, alla scuola?

Resta ciò che nessuna tecnologia potrà sostituire: educare al pensiero.

Qui il dialogo con Morin incontra naturalmente altri grandi protagonisti della riflessione pedagogica. Kant ci ricorda che educare significa rendere l'uomo capace di pensare con la propria testa, “non a ripetere pensieri, ma a pensare”. Come ci ricorda Umberto Galimberti "se non si insegna ai giovani a riconoscere ciò che provano, prima ancora di giudicarlo o di reprimerlo, li condanniamo all'analfabetismo emotivo, uno stato in cui gli impulsi biologici non riescono mai a trasformarsi in sentimenti coscienti". La pedagogia esistenzialista aggiunge che ogni persona costruisce la propria identità attraverso le scelte che compie e che nessuno può scegliere al suo posto.


Sono prospettive diverse, ma convergono tutte nella stessa direzione: la scuola non deve insegnare la vita. Deve educare alla vita.

La differenza è enorme.

Educare alla vita significa fornire strumenti, non destini; sviluppare competenze, non prescrivere modelli; coltivare libertà, non conformismo.

Ogni anno, durante quelli che oggi chiamiamo Esami di maturità, mi capita di osservare gli studenti negli ultimi minuti prima del colloquio. Nei loro occhi convivono paura, entusiasmo, incertezza e speranza.


Pensano che quel giorno sarà giudicato ciò che hanno studiato. In realtà, ciò che colpisce chi insegna da molti anni è altro: si ha la percezione di assistere al passaggio da un'età all'altra, al momento in cui ciascuno inizia davvero a misurarsi con la responsabilità delle proprie scelte.

Forse è proprio questa la maturità.

Non quella certificata da un voto finale, ma quella che nasce quando un ragazzo comprende che nessuno potrà vivere la vita al posto suo.

Se questo è il compito dell'educazione, allora Edgar Morin continua ancora oggi a parlare alle nostre scuole. Non come un maestro da commemorare, ma come un interlocutore con cui continuare a confrontarsi. Perché la migliore forma di memoria non è la celebrazione del passato, ma la capacità di trasformare un pensiero in una domanda rivolta al futuro.

E, forse, la domanda più urgente che Morin continua a rivolgerci è proprio questa: stiamo formando studenti capaci di superare un esame o cittadini capaci di affrontare la complessità del mondo?

di Katia Piemontese



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