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Docenti e ATA esclusi dai buoni pasto mentre i costi salgono: CNDDU denuncia la doppia disparità e chiede un intervento strutturale

Mentre il valore dei buoni pasto resta lontano dai costi reali, oltre un milione di lavoratori della scuola continua a essere escluso da uno strumento ormai diffuso nel resto del lavoro pubblico e privato...

Buoni pasto, cresce il divario tra lavoratori: mentre nel pubblico impiego e nel privato diventano sempre più strutturali, il personale della scuola resta escluso. Il Coordinamento Nazionale Docenti dei Diritti Umani denuncia una doppia criticità tra disparità di trattamento e costi ormai fuori controllo.


"Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene doveroso richiamare l’attenzione delle istituzioni, delle parti sociali e dell’opinione pubblica su una questione che, pur apparentemente circoscritta all’ambito del welfare contrattuale, assume in realtà un rilievo ben più ampio, toccando i principi fondamentali di uguaglianza, dignità del lavoro e coerenza delle politiche pubbliche rispetto ai valori costituzionali e ai diritti umani.

Le recenti disposizioni introdotte con la Legge di Bilancio 2026, che hanno innalzato la soglia di esenzione fiscale dei buoni pasto elettronici da 8 a 10 euro, hanno determinato un effetto che non può essere ignorato: mentre si rafforzano i benefici per i lavoratori che già accedono a tale misura, si consolida l’esclusione del comparto scuola. Una platea composta da docenti, personale ATA e dirigenti scolastici, pari a oltre un milione di lavoratrici e lavoratori, continua a rimanere fuori da uno strumento ormai considerato ordinario.



Questa condizione non rappresenta soltanto una disparità, ma si traduce in una concreta differenza di trattamento che incide sul potere d’acquisto. Tale aspetto emerge se si considera il costo reale della pausa pranzo. Le analisi più recenti mostrano come il costo medio di un pasto fuori casa si collochi intorno ai 14-15 euro al giorno, con variazioni legate alla collocazione geografica. Nelle grandi città tale costo tende ad aumentare, mentre nelle aree meno centrali si registrano valori inferiori, ma comunque non trascurabili.

In questo quadro, il valore nominale dei buoni pasto, pur oggetto di un recente adeguamento fiscale, appare ancora distante dal costo medio reale sostenuto dai lavoratori. Ne deriva una riflessione che il CNDDU ritiene necessaria: non è sufficiente estendere il beneficio al comparto scuola, ma è necessario interrogarsi sulla sua reale adeguatezza. Un sistema che non tenga conto dell’andamento dei prezzi rischia di trasformare uno strumento di tutela in una misura simbolica.

Per tali ragioni, appare opportuno immaginare un modello di buono pasto ancorato al costo medio reale della pausa pranzo, con un valore che possa avvicinarsi alla spesa effettiva dei lavoratori. Tale impostazione dovrebbe includere una componente di adattamento alle differenze territoriali. Allo stesso tempo, si rende necessario prevedere un meccanismo di aggiornamento periodico. L’esclusione del personale scolastico dai buoni pasto, unita alla mancata corrispondenza tra il valore di tale beneficio e il costo reale della vita, configura una doppia disparità.

Alla luce di queste considerazioni, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene indispensabile un intervento strutturale. Tale intervento dovrebbe mirare non solo a colmare l’attuale esclusione del comparto scuola, ma anche a ridefinire valore e modalità dei buoni pasto in modo coerente con il costo reale della vita.

Garantire equità nel trattamento dei lavoratori della scuola significa correggere una disparità economica, ma anche riaffermare la coerenza tra principi dichiarati e politiche adottate. In questo senso, l’allineamento dei buoni pasto al costo reale dei pasti e la loro estensione al personale scolastico rappresentano un passaggio necessario".

di LA REDAZIONE





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