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Caro affitti, docenti rinunciano al ruolo. CNDDU: “Il problema non è più episodico, ora servono misure strutturali”

Il Coordinamento torna sul costo della vita per chi lavora lontano da casa e richiama le proposte avanzate negli anni: sostegni per affitto e mobilità, ma non stipendi differenziati in base al territorio

Ottenere finalmente l'immissione in ruolo e poi rinunciarvi perché vivere nella città assegnata costa troppo. Le rinunce registrate in diverse regioni del Centro-Nord stanno riportando al centro una questione che non riguarda più soltanto lo stipendio dei docenti, ma ciò che di quello stipendio rimane dopo aver pagato affitto, trasporti e spese necessarie per vivere lontano da casa.

Sul tema interviene il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU), che invita alla prudenza nel ricondurre ogni rinuncia esclusivamente al caro vita, ma allo stesso tempo sottolinea come il fenomeno non possa più essere liquidato come occasionale.


“Quando il costo necessario per stabilirsi nella sede di servizio incide in misura rilevante sulla retribuzione disponibile, il problema supera la dimensione individuale e investe l’efficienza del sistema di reclutamento, la capacità di copertura dei posti autorizzati e la stabilità degli organici.”

Un problema segnalato da anni

Il CNDDU accoglie positivamente la crescente attenzione dei sindacati sul rapporto tra stipendi, affitti e mobilità, ricordando però di avere sollevato la questione già negli anni scorsi. Nel 2022 il Coordinamento aveva proposto, a determinate condizioni, un sostegno temporaneo tra 300 e 400 euro mensili per spese documentabili di locazione o legate al ricongiungimento familiare. Nel 2025 era arrivata anche l'ipotesi di un modello di affitti a canone calmierato per i docenti fuori sede, prendendo come riferimento un canone mensile di 300 euro e prevedendo un intervento sulla parte eccedente.


Il CNDDU precisa però di non voler trasformare il dibattito in una rivendicazione di primogenitura: “non interessa al CNDDU rivendicare una priorità meramente formale. È invece motivo di soddisfazione constatare che questioni sulle quali il Coordinamento ha insistito nel tempo trovino oggi una più ampia condivisione.” E aggiunge: “quando soggetti diversi giungono a riconoscere la medesima criticità e a prospettare strumenti in larga parte convergenti, si determinano le condizioni per trasferire il problema dal piano della denuncia a quello della regolazione.”


Non stipendi diversi, ma aiuti legati alle spese reali

Su un punto il Coordinamento traccia un confine preciso: la risposta non dovrebbe essere differenziare gli stipendi dei docenti in base alla regione nella quale lavorano.

La strada indicata è riconoscere i maggiori costi realmente sostenuti da chi è costretto a vivere lontano dalla propria residenza. “Il criterio non dovrebbe essere quello di attribuire un vantaggio economico in ragione del territorio nel quale si presta servizio, bensì quello di riconoscere, secondo requisiti predeterminati, verificabili e non discriminatori, l’incidenza dei costi aggiuntivi effettivamente sostenuti dal lavoratore a causa dell’assegnazione della sede di servizio.”

Affitto effettivamente pagato, distanza dalla residenza e costi degli spostamenti potrebbero quindi diventare i parametri sui quali costruire agevolazioni fiscali, politiche abitative o misure di sostegno alla mobilità.


Quanto costa anche lasciare un posto scoperto?

C'è infine un aspetto che il CNDDU invita a non trascurare. Una misura di sostegno ha certamente un costo per lo Stato, ma anche non intervenire ha un costo. Posti autorizzati e poi rifiutati, nuove procedure di nomina, supplenze, turnover e discontinuità del personale producono conseguenze economiche e organizzative.

Per questo il Coordinamento chiede al Ministero dell'Istruzione e del Merito una rilevazione sistematica delle rinunce alle immissioni in ruolo, distinguendone le cause e mettendole in relazione con affitti, distanza dalla residenza e successivo ricorso ai contratti a termine. Il punto, alla fine, è molto concreto. Non basta autorizzare un'immissione in ruolo se accettare quel posto diventa economicamente insostenibile. Come sottolinea il CNDDU: “Un sistema di reclutamento non può essere valutato esclusivamente sulla base del numero dei posti autorizzati o delle nomine disposte, ma anche sulla sua capacità di trasformare quelle nomine in rapporti di lavoro effettivamente sostenibili e stabili.” Ed è proprio dalle rinunce che oggi arriva il segnale più evidente: il posto stabile, da solo, può non bastare più se lo stipendio non riesce a sostenere il costo necessario per viverci.

di La Redazione


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