Jean-Paul Sartre: “Esistono fianco a fianco, ma non si osservano”. Siamo sempre più vicini e sempre più soli?
- La Redazione

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Viviamo circondati da persone, attraversiamo ogni giorno luoghi affollati e siamo connessi quasi senza interruzione. Eppure può bastare guardarsi intorno per scoprire...

“Queste persone non si preoccupano le une delle altre, non si rivolgono la parola e, in generale, non si osservano; esistono fianco a fianco intorno a un palo di segnalazione.”
Queste sono le parole di Jean-Paul Sartre, che nel 1960 descrisse un gruppo di persone in piazza Saint-Germain, a Parigi. L’autore le osserva aspettare l’autobus alla stessa fermata. Sono vicine, condividono lo stesso spazio e la stessa attesa, eppure sono sole. Sono passati più di sessant’anni e quella scena sembra appartenere alle nostre giornate.
Infatti, siamo continuamente accanto a qualcuno, basta entrare in metropolitana, aspettare dal medico, sedersi in un bar, camminare in una stazione. Ma più raramente sappiamo qualcosa della persona che abbiamo davanti. Oggi, poi, la distanza è diventata ancora più strana. Possiamo sapere dove è stato qualcuno in vacanza, cosa ha mangiato, quale musica ascolta, persino cosa sta facendo in quel momento. Possiamo conoscere moltissimo della vita degli altri senza conoscerli davvero. Lo stesso Daniele Novara, pedagogista contemporaneo, riconosce in questa distanza una delle contraddizioni del nostro tempo: “Stiamo vivendo una forte deriva narcisistica. Mi occupo di me stesso e faccio fatica a occuparmi di qualcun altro”. Siamo continuamente esposti alla vita degli altri, ma sempre meno disposti a interrompere la nostra per accorgerci di loro.
Sartre vede qualcosa di ancora più profondo nella sua fermata dell'autobus. Ognuna di quelle persone è arrivata lì portandosi dietro una vita che gli altri non vedono. C'è chi ha lasciato a casa i propri bambini malati, chi ha problemi sul lavoro, chi è immerso in preoccupazioni che rimangono invisibili agli sconosciuti che gli stanno accanto. Ed è difficile leggere queste pagine senza pensare alle persone che incrociamo ogni giorno.
Quante volte abbiamo avuto davanti qualcuno che stava attraversando un momento difficile senza accorgercene? E quante volte siamo stati noi quella persona.
“Ciascuno è accanto all’altro e agisce come l’altro, ma in un rapporto di reciproca estraneità.” Questa è l’immagine che ci restituisce Sartre, sempre più vicina al nostro presente. Facciamo le stesse cose, percorriamo le stesse strade, entriamo negli stessi luoghi. Sui social possiamo persino condividere gli stessi pensieri, le stesse immagini, le stesse parole. Ma essere connessi non significa necessariamente sentirsi meno soli. Si può avere una rubrica piena di nomi e non sapere chi chiamare, ricevere decine di messaggi e aspettarne uno soltanto, che non arriva mai. Si può essere in mezzo a tante persone, come in una classe, in una sala insegnanti, in un ufficio o a tavola, e sentire comunque una distanza difficile da spiegare. Ognuno di noi è, secondo l’autore, una “solitudine polivalente, (a milioni di sfaccettature)”.
Ed ecco che quella fermata dell’autobus smette di essere soltanto una scena del 1960 e diventa una città intera, una scuola, un luogo di lavoro o una rete sociale. Diventa ciascuno di noi, perché la solitudine non comincia necessariamente quando non abbiamo nessuno accanto. Può cominciare quando nessuno vede davvero chi ha accanto. E dall’immagine descritta da Sartre più di sessant’anni fa ci accorgiamo di essere ancora oggi vicinissimi gli uni agli altri, mentre ciascuno porta dentro una vita che gli altri non vedono. E allora rimane una domanda molto più semplice di qualsiasi teoria sulla società contemporanea: quando è stata l’ultima volta che abbiamo guardato davvero la persona che avevamo accanto?
A te, lettore che ci segui, è mai capitato di sentirti solo anche in mezzo agli altri? Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e lascia un commento: il tuo punto di vista e la tua esperienza possono essere utili anche ad altri lettori.
di Katia Piemontese




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Siamo sempre soli in mezzo agli altri. Non serve la fermata dell'autobus, anche in famiglia stassa cosa. Tutti sul divano con il cellulare in mano. Se non fosse per me, che do qualche linea guida, ognuno in un suo mondo. L'aspetto più triste è che tanti ci stanno bene nella solitudine... Diciamo, ma fino a che punto?