Undicenne nei disordini di Milano: "Educare non significa sottrarre un bambino alle conseguenze delle proprie azioni"
Il CNDDU interviene sul caso e richiama il ruolo di famiglie e servizi territoriali: gli insegnamenti ricevuti in classe devono trovare continuità negli altri ambienti di vita...

Il coinvolgimento di un bambino di undici anni nei disordini di Milano riporta al centro il rapporto tra ciò che si insegna a scuola e i comportamenti fuori dalle aule. Sul caso interviene il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, che chiede una risposta educativa condivisa tra insegnanti, famiglie e servizi territoriali.
Il minore è stato identificato dai carabinieri dopo la diffusione dei video del fine settimana del 17 e 18 ottobre e rintracciato nella scuola che frequenta. L’istituto aveva già attivato per lui corsi di alfabetizzazione e un progetto educativo personalizzato.
È proprio la presenza di un percorso scolastico di accompagnamento a spingere il CNDDU a richiamare le responsabilità degli altri adulti che seguono la crescita del bambino:
“La giovane età del protagonista esige pertanto una risposta educativa rigorosa, capace di associare l'ascolto e la comprensione delle condizioni personali alla chiara assunzione di responsabilità rispetto ai comportamenti. Educare non significa sottrarre un bambino alle conseguenze delle proprie azioni, ma aiutarlo a comprenderne la gravità attraverso interventi proporzionati, coerenti e continuativi”.
Le regole conosciute e quelle messe in pratica
Il Coordinamento invita a considerare la differenza tra conoscere un divieto e riuscire a rispettarlo nelle situazioni concrete. Nel gruppo possono intervenire pressioni e ricerca di approvazione: il comunicato le indica come dinamiche da valutare individualmente, senza ricavarne una spiegazione già accertata del comportamento dell’undicenne.
Da qui la richiesta di guardare anche ai riferimenti che i ragazzi incontrano fuori dalla scuola:
“Il punto decisivo, dunque, non è chiedere alla scuola di moltiplicare i progetti, ma verificare se gli insegnamenti ricevuti trovino continuità nei comportamenti richiesti e nei modelli proposti quotidianamente dagli adulti.
Quando un bambino di undici anni viene coinvolto in episodi di violenza urbana, il problema educativo non può essere circoscritto a ciò che è accaduto durante i disordini: riguarda anche le condizioni che hanno reso possibile la sua presenza in quel contesto”.
L’intervento sollecita quindi una presenza continuativa delle famiglie e dei servizi territoriali, affinché il lavoro svolto dagli insegnanti trovi sostegno nella vita quotidiana. Il CNDDU conclude richiamando la credibilità delle regole attraverso l’esempio degli adulti:
“Una comunità educativa non si misura soltanto dalla capacità di trasmettere regole, ma dalla coerenza con cui gli adulti le rendono credibili e vincolanti. Se questa coerenza viene meno, alla scuola si finisce per chiedere di insegnare principi che altri ambienti, nei fatti, possono quotidianamente smentire”.
di Leandro Castagna
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