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Sfogo di una lettrice precaria

"Convivo con conseguenze anche fisiche come tachicardia e pressione alta che non nascono dal nulla, ma da un accumulo di tensione, di delusione, di ... "

"Quello che provo non è semplice frustrazione: è una stanchezza profonda, maturata dopo anni di lavoro, di impegno serio, di sacrifici fatti nella convinzione che esistesse un percorso chiaro, giusto, fondato sul merito e sull’esperienza. Oggi, invece, mi ritrovo a fare i conti con una realtà che sembra aver dimenticato tutto questo.


Convivo con conseguenze anche fisiche come tachicardia e pressione alta che non nascono dal nulla, ma da un accumulo di tensione, di delusione, di senso di ingiustizia. A questo si aggiunge anche il peso di non avere più alle spalle i miei genitori. Perché non è solo una questione personale: è un problema di sistema.

Abbiamo rincorso per anni condizioni che in molti altri paesi europei sono la normalità: stabilità, riconoscimento, rispetto del lavoro svolto. E mentre noi cercavamo di costruire competenze solide, oggi assistiamo a un meccanismo che spesso premia scorciatoie, procedure costruite male, selezioni che non sempre riflettono la reale capacità di stare in classe.


Non è una critica ai giovani, e questo va detto con chiarezza. Chi entra oggi ha il diritto di imparare, di fare esperienza, anche di sbagliare. Ma non può essere lasciato solo, né può essere messo in una posizione per cui deve dimostrare tutto senza avere gli strumenti. E soprattutto, non è giusto che venga percepito come “alternativa” a chi quell’esperienza l’ha costruita sul campo per anni. Il vero problema è l’assenza di un ponte tra generazioni. L’esperienza non viene valorizzata, non viene trasmessa, non viene utilizzata per formare chi arriva. Così si crea una frattura: da una parte chi ha dato molto e si sente messo da parte, dall’altra chi entra senza un vero accompagnamento e spesso sviluppa atteggiamenti difensivi o presuntuosi, non per cattiveria, ma per mancanza di guida.Questo non è un sistema che funziona.



È un sistema che spreca risorse umane, che alimenta tensioni inutili e che, alla fine, danneggia anche chi dovrebbe beneficiarne: gli studenti. Non possiamo continuare a considerare normale tutto questo. Non è normale che anni di sacrifici vengano trattati come irrilevanti. Non è normale che il merito venga confuso con procedure superficiali.

Non è normale che chi ha esperienza venga percepito come un ostacolo invece che come una risorsa.

Serve rispetto. Serve un’idea diversa di scuola e di lavoro, in cui l’esperienza e l’energia nuova non si escludano, ma si integrino. Serve un sistema che accompagni davvero, che formi davvero, che riconosca davvero.

Perché la rabbia, se resta solo rabbia, consuma. Ma se diventa lucidità, può ancora servire a dire qualcosa di necessario: così non va, e possiamo fare meglio.”

di LA REDAZIONE





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