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Schettini: “Bere fino a ubriacarsi è grave a tutte le età” La riflessione dopo la 15enne finita in coma etilico in gita scolastica

Il professore invita a non archiviare il caso della studentessa ricoverata dopo aver bevuto vodka in gita: “La dipendenza può iniziare molto prima di quanto pensiamo”...

Ci sono notizie che scorrono veloci, si consumano nel giro di poche ore e poi spariscono. Ma alcune di queste, proprio perché scomode, dovrebbero fermarci. Una studentessa di 15 anni, in gita scolastica, beve vodka fino a finire in coma etilico. Ricoverata d’urgenza, salva. E poi? Silenzio. 

È da qui che parte la riflessione del professore Vincenzo Schettini, che decide di non lasciar scivolare via l’episodio come uno dei tanti. A tal proposito afferma: “Un fatto così grave, di una studentessa quindicenne che in gita beve vodka, va a finire in coma etilico e viene portata in ospedale, non deve passare come una cosa normale”. Schettini chiarisce subito che non si tratta di colpevolizzare una ragazza, un insegnante o una classe. Il punto è un altro, ed è molto più profondo: “Non perché io ce l’abbia con la quindicenne o stia giudicando la quindicenne o il professore o la classe. No, perché questa vicenda ci dice qualcosa”.

E quel “qualcosa” riguarda tutti. Il consumo di alcol tra i minorenni è in crescita, e soprattutto è cambiata la percezione del rischio. Bere non è più visto come un limite, ma come un passaggio normale, spesso legato allo svago, alla socialità.

Ed è qui che si apre la vera questione: la dipendenza. Una parola pesante, spesso lontana, che invece entra molto prima di quanto si pensi. Schettini richiama una storia concreta, quella dell’attore Matthew Perry, il “Chandler” di Friends. Una vita di successo, visibilità, ricchezza. Eppure segnata da una dipendenza iniziata troppo presto: “Quel ragazzo ha cominciato a bere a 14 anni e non si è mai liberato dalla dipendenza da alcol”. Non è un paragone per impressionare, ma un esempio per far capire quanto sia sottile il confine tra “provo” e “non ne esco più”. E allora la domanda diventa inevitabile: perché si beve? Per divertirsi, per sentirsi liberi, per rompere la routine. Ma esistono altri modi per vivere gli stessi bisogni senza rischiare così tanto?

Schettini riporta il discorso su un piano semplice, perché una pizza con gli amici, risate senza senso e tempo condiviso fanno parte di un tipo di felicità che non ha bisogno di sostanze per esistere. Eppure oggi qualcosa è cambiato, sono stati modificati accessi, abitudini, possibilità, tutto è più veloce, più immediato, più vicino, anche ciò che può fare male. E allora il punto non è proibire ma capire, perché: “Bere fino ad ubriacarsi è una cosa grave a tutte le età, ma è particolarmente grave quando si è molto piccoli”. Ed è qui che questa storia non è più solo una notizia, ma un’occasione. Un’opportunità per fermarsi, per parlarne, per non lasciare che tutto venga archiviato nel giro di 48 ore. Perché, come ricorda Schettini: “Tutti possiamo cadere in una situazione di difficoltà che si chiama dipendenza. Tutti, nessuno è escluso” e forse è proprio questo il punto più scomodo: questa vicenda non riguarda “gli altri”. Riguarda tutti.



di Natalia Sessa

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