Famiglia con otto figli a rischio sgombero, il CNDDU: "Serve una soluzione che tuteli i minori nel rispetto della legalità"
- La Redazione

- 1 giorno fa
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Il CNDDU interviene sul caso della famiglia che vive in un alloggio ALER a Milano: il rispetto della legalità deve accompagnarsi alla tutela dei minori e...

"Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama l’attenzione delle istituzioni sulla vicenda di Marcello Di Meo, Antonina Sena e dei loro otto figli, resa nota dalla stampa, ritenendo che il caso ponga una questione rilevante sotto il profilo della tutela dei minori, del diritto a condizioni di vita dignitose e dell’efficacia delle politiche pubbliche rivolte alle situazioni di grave vulnerabilità abitativa.
Secondo quanto riportato, il nucleo familiare vive in un alloggio ALER di circa 45 metri quadrati, occupato senza titolo, nel quale risiedono dieci persone. Otto sono minori: il maggiore ha nove anni, il più piccolo otto mesi. Uno dei bambini sarebbe inoltre affetto da una significativa patologia cardiaca. La famiglia ha ricevuto una diffida al rilascio dell’immobile e riferisce di avere presentato più volte domanda per l’assegnazione di un alloggio pubblico senza riuscire a ottenere una soluzione adeguata alla composizione del nucleo.
Il Coordinamento ritiene necessario affrontare la vicenda evitando semplificazioni. Il rispetto della legalità costituisce un principio imprescindibile e l’occupazione senza titolo di un bene pubblico non può essere considerata una modalità ordinaria di accesso all’edilizia residenziale. Le procedure e le graduatorie tutelano anche le numerose famiglie che attendono legittimamente un’abitazione. Tuttavia, l’accertamento di una situazione irregolare non può esaurire la responsabilità pubblica quando le conseguenze di un provvedimento ricadono direttamente su otto bambini.
La questione, dunque, non consiste nel riconoscere un diritto automatico a permanere nell’immobile, valutazione che compete esclusivamente agli organi preposti, ma nel comprendere se l’esecuzione del rilascio possa avvenire senza che sia stata preventivamente individuata una prospettiva abitativa concretamente sostenibile per i minori.
La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza rappresenta, in tal senso, un riferimento essenziale. L’articolo 3 stabilisce che nelle decisioni riguardanti i bambini il loro superiore interesse debba costituire una considerazione preminente, mentre l’articolo 27 riconosce il diritto del minore a un livello di vita adeguato al proprio sviluppo e richiama l’assistenza delle istituzioni alle famiglie in difficoltà anche in materia di abitazione. Tali principi non annullano le norme vigenti, ma impongono che la loro applicazione tenga concretamente conto della condizione dei bambini.
La situazione descritta dalla stampa presenta già evidenti elementi di criticità. Dieci persone in 45 metri quadrati costituiscono una condizione abitativa estremamente difficile, soprattutto per bambini che necessitano di spazi adeguati per dormire, studiare e crescere. Il fatto che alcuni dei figli, secondo il racconto dei genitori, debbano svolgere i compiti presso l’oratorio per l’assenza di spazio nell’abitazione mostra quanto la precarietà abitativa possa incidere anche sul diritto all’istruzione, sulla salute e sulla qualità della vita quotidiana.
La vicenda deve essere letta anche nel più ampio contesto della vulnerabilità economica delle famiglie numerose. I dati ISTAT relativi al 2024 indicano un’incidenza della povertà assoluta del 21,2 per cento tra le famiglie con almeno cinque componenti e del 19,4 per cento tra le coppie con tre o più figli; quasi 1,3 milioni di minori risultano in condizione di povertà assoluta. Si tratta di dati che dovrebbero trovare maggiore considerazione nella programmazione delle politiche abitative, poiché i nuclei numerosi incontrano non soltanto maggiori difficoltà economiche, ma anche una minore disponibilità di alloggi pubblici compatibili con le loro esigenze.
La questione appare ancora più significativa in un Paese che individua nella denatalità una delle proprie principali criticità. Le politiche di sostegno alla natalità risultano credibili soltanto se accompagnate da interventi capaci di garantire condizioni dignitose alle famiglie dopo la nascita dei figli. L’abitazione, insieme alla salute, all’istruzione e alla sicurezza economica, costituisce una componente essenziale di tale responsabilità.
Milano dispone, peraltro, di strumenti destinati alle situazioni di emergenza abitativa, tra cui i Servizi abitativi transitori previsti nell’ambito della programmazione pubblica. Alla luce di ciò, appare opportuno verificare se per la famiglia Di Meo-Sena possano essere attivati percorsi compatibili con la situazione economica, sanitaria e familiare rappresentata.
Il Coordinamento auspica pertanto che ALER Milano, Comune di Milano e servizi territoriali competenti possano esaminare con tempestività e in maniera coordinata la situazione, verificando le precedenti richieste di assegnazione, le condizioni sanitarie eventualmente documentate e le possibilità offerte dagli strumenti di emergenza abitativa. Una simile presa in carico non costituirebbe una deroga alla legalità, ma l’esercizio di una responsabilità istituzionale necessaria quando l’applicazione di un provvedimento amministrativo coinvolge direttamente dei minori.
Legalità e tutela sociale non devono essere poste in contrapposizione. Il rispetto delle regole tutela il patrimonio pubblico e i cittadini che attendono un alloggio secondo le procedure previste; la protezione dell’infanzia impone, nello stesso tempo, che il ripristino della legalità non produca una condizione ancora più grave di quella che intende risolvere.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani auspica quindi che, prima dell’eventuale rilascio dell’immobile, venga individuato un percorso istituzionale capace di salvaguardare la salute dei bambini, la continuità scolastica, l’unità familiare e una prospettiva abitativa dignitosa.
La vicenda pone infine una questione che supera il singolo caso: quale risposta può offrire il sistema pubblico a una famiglia che non è economicamente in grado di accedere al mercato privato e che, al tempo stesso, non riesce a trovare una soluzione adeguata nell’edilizia sociale? È in questo spazio che il disagio abitativo rischia di trasformarsi in esclusione.
Garantire il rispetto delle norme è un dovere delle istituzioni. Impedire che otto bambini rimangano privi di una prospettiva abitativa dignitosa appartiene alla stessa responsabilità pubblica. Una società attenta ai diritti umani si riconosce anche dalla capacità di tenere insieme questi due principi, senza sacrificare la legalità e senza lasciare che siano i minori a sostenere il costo più alto dell’emergenza."
di La Redazione
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