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Prof accoltellata dal 13enne: “L’ho già perdonato e vorrei abbracciarlo. Aveva gli occhi gelidi, senza anima”

1 ora fa
Tempo di lettura: 3 min

La professoressa dice di avere già perdonato il tredicenne. Dal mondo della scuola arrivano proposte diverse, dalla prevenzione al rafforzamento dell’educazione alla legalità.

“Quando ho guardato il ragazzo negli occhi, aveva gli occhi gelidi, freddi, senza anima”. È il ricordo più duro della docente aggredita da un alunno di 13 anni in una scuola secondaria di primo grado di Roma.

A Canale 5 l’insegnante ha raccontato di aver visto lo sguardo di qualcuno che aveva pianificato il gesto e lo stava portando a termine con lucidità. Parole che colpiscono ancora di più perché riferite a un ragazzo così giovane.

La professoressa, però, non ha paura di tornare in classe. Vorrebbe incontrare il suo alunno e capire da dove siano nati tanto odio e tanta rabbia nei suoi confronti. “L’ho già perdonato”, ha dichiarato, dichiarando anche la volontà di rivederlo e abbracciare. Non è un modo per ridurre la gravità dell’aggressione, ma la reazione di un’insegnante che, anche dopo essere stata ferita, continua a interrogarsi sul malessere del proprio studente.

La scuola chiede di non essere lasciata sola

Le reazioni arrivate dal mondo della scuola hanno un punto in comune: la solidarietà alla docente non può esaurirsi nelle parole. La Gilda degli Insegnanti considera quanto accaduto un attacco non soltanto alla professoressa, ma alla stessa funzione docente. “La scuola non deve trasformarsi in un territorio di scontro, ma deve rimanere un luogo sicuro di formazione, rispetto e crescita civile”, afferma il sindacato.

Lo Snals Confsal richiama invece l’aspetto più inquietante della vicenda: il sospetto che l’aggressione dovesse essere ripresa e trasmessa attraverso un cellulare. Quando la violenza diventa spettacolo, sostiene il sindacato, il problema non riguarda più soltanto il singolo episodio. “Il personale scolastico non può essere lasciato solo. La scuola non può essere lasciata sola”, dichiara la segretaria generale Elvira Serafini. Ma quali possono essere le risposte? La UIL Scuola invita a non affidarsi esclusivamente ai metal detector o all’inasprimento delle sanzioni. Secondo Giuseppe D’Aprile e Saverio Pantuso, misure soltanto repressive rischiano di appesantire la vita quotidiana degli istituti senza raggiungere le cause profonde del disagio. Servono formazione, prevenzione, sostegno psicologico e un rapporto più solido tra scuola e famiglie.


Anche l’ANIEF insiste sulla necessità di restituire autorevolezza e sostegno a chi insegna. Per il presidente Marcello Pacifico, punire chi sbaglia non basta se non si accompagna la scuola con risorse e segnali concreti di rispetto verso chi educa ogni giorno.

Mario Rusconi, presidente dei presidi di Roma, riporta l’attenzione sull’educazione al rispetto: verso gli insegnanti, i compagni, gli ambienti scolastici e le regole. Richiama inoltre le responsabilità delle famiglie e i rischi legati ai contenuti violenti che circolano attraverso cellulari e social.


Il CNDDU: più docenti per la cultura della legalità

Dentro questo confronto si inserisce la proposta del Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, che esprime solidarietà alla professoressa e vicinanza all’intera comunità scolastica.

Per il CNDDU, l’aggressione richiama la necessità di rafforzare la conoscenza delle regole e la consapevolezza delle conseguenze giuridiche e sociali delle proprie azioni.

Il Coordinamento chiede quindi al ministro Giuseppe Valditara di potenziare l’organico destinato alla cultura della legalità e di restituire spazio ai docenti della classe di concorso A-46, Discipline giuridiche ed economiche, anche nella scuola secondaria di primo grado.

La legge 107 del 2015 inserisce tra gli obiettivi formativi prioritari il potenziamento delle conoscenze giuridiche ed economico-finanziarie e lo sviluppo di comportamenti responsabili. Secondo il CNDDU, però, negli anni la presenza di queste competenze nelle scuole è stata progressivamente ridimensionata.

“Non è coerente attribuire alla scuola crescenti responsabilità nella prevenzione del disagio e della violenza e, contemporaneamente, ridurre le risorse professionali destinate alla cultura della legalità”, sottolinea il Coordinamento. La richiesta è che l’educazione alla legalità non dipenda da progetti occasionali o da risorse residue, ma possa contare su personale qualificato e continuità didattica. Regole, prevenzione, ascolto e sostegno psicologico non sono strade alternative. Il punto, ricordano le diverse voci intervenute dopo l’aggressione, è mettere la scuola nelle condizioni di percorrerle davvero.

di La Redazione


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