Bullismo e cyberbullismo, perché vietare lo smartphone non basta: “Educare significa anche insegnare a fermarsi”
I dati Istat mostrano quanto siano frequenti le vessazioni online e offline. Il CNDDU richiama la scuola alla responsabilità educativa, oltre il...

Insulti in chat, video umilianti, e scene violente sono sempre più spesso protagonisti delle pagine social. Ogni scena, infatti, può essere ripresa, condivisa e raggiungere in pochi minuti un pubblico molto ampio. I dati dell’Istat aiutano a misurare la dimensione del fenomeno. Nel 2023 il 68,5% dei ragazzi tra 11 e 19 anni ha dichiarato di aver subito almeno un comportamento offensivo, aggressivo, diffamatorio o di esclusione, online o nella vita quotidiana. Gli episodi ripetuti più volte al mese hanno riguardato il 21% degli intervistati, mentre il 34% ha riferito esperienze di vessazioni online.
Il confine tra ciò che accade nella realtà e ciò che prosegue sullo schermo è diventato quindi più difficile da tracciare. Un’aggressione può diventare un contenuto da mostrare agli altri, e chi filma un’aggressione e diffonde il video non si limita ad assistere: contribuisce a far durare la violenza, perché le immagini continuano a circolare anche dopo l’attacco.
È su questo passaggio che interviene il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani, secondo cui la scuola deve affrontare il problema senza limitarsi a vietare l’uso dei dispositivi. “La questione richiede una riflessione educativa attenta, capace di andare oltre l’immediatezza dei singoli episodi”, osserva il CNDDU.
La normativa italiana considera il cyberbullismo una forma di prevaricazione realizzata attraverso strumenti digitali, come messaggi, chat e piattaforme online.
Il Ministero dell’Istruzione richiama le scuole a promuovere attività di prevenzione, formazione e contrasto, coinvolgendo anche famiglie e studenti. Un regolamento può stabilire quando il cellulare deve restare spento o fuori dall’aula, ma non può decidere che cosa farà un ragazzo quando tornerà ad avere il dispositivo tra le mani. Per questo il CNDDU insiste sulla responsabilità personale: “Comprendere le condizioni nelle quali nasce un comportamento aggressivo è indispensabile per intervenire efficacemente, ma la comprensione delle cause non può tradursi nella riduzione della responsabilità di chi agisce”.
La prevenzione passa anche dalla capacità di riconoscere i segnali che precedono gli episodi più gravi: esclusioni dal gruppo, minacce, linguaggi sempre più aggressivi, pressioni esercitate nelle chat. In questi casi la scuola non può aspettare che il video diventi virale o che la situazione esploda. In una situazione di violenza, educare all’uso consapevole della rete significa anche insegnare a non filmare, non condividere le immagini e anzi significa inseganre a chiedere aiuto.
Approfondimento del CNDDU:
di La Redazione
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