Studente 13enne muore il giorno dell’esame: “La sofferenza più profonda è spesso invisibile”
- La Redazione

- 2 ore fa
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La tragica morte di un ragazzo di tredici anni nel giorno del colloquio dell’Esame conclusivo del primo ciclo d’istruzione richiama l’attenzione sul disagio...

"Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani esprime il proprio profondo cordoglio per la morte del ragazzo di tredici anni che, nel Veneziano, ha scelto di togliersi la vita nel giorno in cui avrebbe dovuto sostenere il colloquio dell'Esame conclusivo del primo ciclo d'istruzione.
Esistono eventi che impongono una sospensione del giudizio e della fretta interpretativa.
Di fronte alla morte di un adolescente, la prima responsabilità di una comunità educante non consiste nel trovare una spiegazione rassicurante, ma nel riconoscere la complessità di una sofferenza che difficilmente può essere ricondotta a un singolo episodio o a una sola causa. Ogni gesto estremo rappresenta il punto di approdo di un percorso interiore nel quale fattori individuali, relazionali, familiari, scolastici e culturali si intrecciano in modo spesso indecifrabile.
Le prime ricostruzioni parlano di un ragazzo diligente, apprezzato dai docenti, inserito in un contesto sportivo, apparentemente sereno. Richiamano anche episodi di bullismo vissuti in passato e ritenuti ormai superati. È proprio questa apparente normalità a costituire l'aspetto più inquietante della vicenda. Il disagio adolescenziale non sempre assume forme riconoscibili; spesso si mimetizza dietro la capacità di rispettare le aspettative, di ottenere buoni risultati, di apparire socialmente integrati.
L'adolescenza è il tempo in cui la costruzione dell'identità dipende in larga misura dal riconoscimento ricevuto dagli altri. Lo sguardo dei pari, degli adulti e delle istituzioni contribuisce a modellare la percezione del proprio valore. Per questo ogni esperienza di esclusione, umiliazione o svalutazione produce effetti che non si esauriscono nell'immediatezza dell'evento. Le ferite relazionali modificano progressivamente il modo di abitare il mondo, incrinano il sentimento di appartenenza e possono generare una silenziosa perdita di fiducia nella possibilità di essere accolti per ciò che si è.
Il bullismo, in questa prospettiva, non può essere interpretato esclusivamente come una devianza comportamentale da reprimere. Esso rappresenta una frattura del patto educativo e della convivenza democratica, poiché nega all'altro il diritto fondamentale a essere riconosciuto nella propria dignità. Questa vicenda invita a riflettere anche sul contesto culturale nel quale crescono le nuove generazioni. Viviamo in una società che sollecita costantemente gli adolescenti a mostrarsi competenti, performanti, sicuri di sé, capaci di affrontare ogni sfida. La vulnerabilità viene frequentemente percepita come un limite da nascondere anziché come una componente naturale della crescita. Si costruisce così una cultura dell'autosufficienza che rende sempre più difficile chiedere aiuto, condividere la paura, riconoscere il proprio disagio senza temere di essere giudicati.
Anche la scuola risente inevitabilmente di queste dinamiche. Pur rimanendo uno dei principali luoghi di emancipazione culturale e civile, essa rischia talvolta di essere percepita soprattutto come spazio della valutazione e della prestazione. Gli Esami di Stato, che dovrebbero rappresentare un rito di passaggio e una celebrazione del percorso compiuto, finiscono così per caricarsi di significati simbolici che eccedono la loro funzione educativa. Quando il valore personale viene inconsapevolmente associato ai risultati raggiunti, ogni prova può trasformarsi in una verifica della propria identità.
La vera sfida educativa consiste allora nel ricostruire una cultura del riconoscimento. Educare significa offrire ai giovani esperienze nelle quali possano sentirsi accolti prima ancora che valutati, ascoltati prima che interpretati, sostenuti anche quando non riescono a esprimere il proprio disagio. Nessun percorso didattico può dirsi realmente inclusivo se non genera relazioni nelle quali ciascuno percepisca di avere un posto, indipendentemente dalle proprie fragilità.
Per il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani questa tragedia richiama con forza la necessità di ripensare la scuola come comunità di cura oltre che di apprendimento.
Educare ai diritti umani significa innanzitutto difendere il diritto di ogni ragazzo a sentirsi riconosciuto nella propria irripetibile dignità. Significa costruire contesti nei quali nessuno debba affrontare da solo il peso delle proprie fragilità e nei quali la relazione educativa diventi il primo presidio di prevenzione contro ogni forma di esclusione, di violenza e di disperazione.
Perché una società autenticamente democratica non si misura soltanto dalla qualità delle sue istituzioni, ma dalla capacità di non lasciare invisibile il dolore dei suoi giovani".
di La Redazione




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Tante belle parole, che non servono a niente.
A scuola servono docenti preparati, pet capire che ogni ragazzo e un caso a se.
Pero i docenti non so se non vogliono vedere, perche stare tutti i giorni con dei ragazzi, vederli crescere, secondo me non si pio non capire, captare il disagio. Forse e troppjo difficile lo ammetto chiamare i genitori che a loro volta non vogliono sentirsi dire di avere un figlio con qualche piccolo ostacolo da superare. Ma questo chiudere gli occhi fa succedere simili tragedie, e questo deve far sentire tutti in colpa per aver fatto troppo poco o non aver dato peso anche a piccoli gesti che uno qualunque dei ragazzi fa per chidere a modo…
Sono pienamente d’ accordo con lei, la scuola e’ estremamente superficiale ad affrontare le debolezze e fragilita’ dei ragazzi. Questo dovuto anche al fatto delle aule pollaio dove ci sono anche27/28 alunni per un insegnante, ma non solo, spesso gli insegnanti sono demotivati e non hanno nulla da trasmettere oltre alla ripetizione pedissequa di manuali stravecchi che non appartengono piu’ al nostro mondo. Una vera tragedia sulla quale riflettere a lungo..
Chi ha scritto l'articolo a commento della tragedia del ragazzino tredicenne ?Ma perche` nei ruolli preposti alla scula no operano menti di questo calibro?
Si prova sgomento di fronte ai fiumi inutili di parole vuote di significto pura logora,inutile retorica, trita mille volte.Le famiglie sono molto problematiche e` vero ma la scuola e` completamente alla deriva.