Proust: “I veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduto”. Quando ricominciare non significa dimenticare, ma custodire ciò che è stato
Ci sono ricordi che fanno ancora male, persone che ci mancano e giorni ai quali vorremmo tornare. Ma ciò che abbiamo perduto non è tutto ciò che la vita può ancora offrirci.

A volte basta una fotografia ritrovata in un cassetto per fermare una giornata. La guardiamo e, per qualche istante, ci sembra di essere di nuovo lì. Riconosciamo i volti, ricordiamo le voci, perfino le parole pronunciate. E insieme ai ricordi torna la nostalgia per qualcosa che, allora, non sapevamo sarebbe diventato così importante.
Marcel Proust ha dedicato gran parte della sua opera a questa esperienza. Il passato non scompare davvero. Rimane nascosto negli odori, nei gesti, nei luoghi che attraversiamo senza prestarvi attenzione. E qualche volta ritorna quando meno ce lo aspettiamo. Ne Il tempo ritrovato, lo scrittore francese affida alla memoria una delle sue riflessioni più celebri: “I veri paradisi sono i paradisi che abbiamo perduto”. Ma non tutti i ricordi ci restituiscono serenità. Alcuni fanno male proprio perché ci ricordano quanto abbiamo amato. Una casa nella quale non abitiamo più, una voce che non possiamo ascoltare, una persona con la quale avevamo immaginato di condividere il resto della vita.
Continuiamo a lavorare, a occuparci dei figli, a rispondere ai messaggi. Dall'esterno sembra che tutto proceda normalmente. Dentro, invece, dobbiamo imparare a convivere con un'assenza che nessuno può riempire al nostro posto. E a volte il dolore più grande non è soltanto ciò che abbiamo perduto. È la paura di non riuscire più a essere felici come prima.
“La felicità è benefica per il corpo, ma è il dolore a sviluppare le forze dello spirito”. Proust affida a queste parole una riflessione difficile, che non significa dover essere grati alla sofferenza. Attraversarla richiede tempo, e i primi momenti di sollievo possono arrivare mentre la mancanza è ancora forte. Una mattina ci sorprendiamo a ridere. Accettiamo un invito che fino a poco tempo prima avremmo rifiutato. Facciamo un progetto senza sentirci in colpa per il fatto di desiderare ancora qualcosa. E scopriamo che la felicità non è scomparsa per sempre.
Possiamo ricordare una felicità lontana senza convincerci che sia stata l’ultima. E se oggi tutto questo sembra impossibile, non occorre crederci immediatamente. Non dobbiamo imporci una data entro la quale stare meglio. Ma possiamo lasciare aperta una possibilità.
Un giorno potremo riprendere quella fotografia dal cassetto. Insieme alla nostalgia potremo sentire anche la gratitudine per aver vissuto quei momenti. Perché i paradisi che abbiamo perduto meritano di essere ricordati. Ma non dobbiamo permettere al dolore della loro perdita di convincerci che non esistano più giorni capaci di renderci felici.
Per te, lettore che ci segui, c’è un ricordo che per molto tempo ti ha fatto soffrire e che oggi riesci a custodire con maggiore serenità? Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e raccontaci la tua esperienza nei commenti, anche in forma anonima.
di Katia Piemontese




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