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Crepet: "Che cosa è successo alle nostre emozioni? Si va a scuola di anestesia". L'unico antidoto per tornare a vivere davvero

Viviamo sempre più connessi, ma sempre più distanti dalle nostre emozioni. Paolo Crepet riflette sul rischio di un'anestesia emotiva che rende difficile provare empatia, affrontare il dolore e costruire relazioni autentiche.

"Che cosa è successo alle nostre emozioni?" È l'interrogativo da cui prende avvio la riflessione di Paolo Crepet, un invito a guardare con maggiore consapevolezza al modo in cui la società contemporanea ha trasformato il nostro rapporto con il sentire. Lo psichiatra non sostiene semplicemente che oggi proviamo meno emozioni. Il suo ragionamento è più profondo: “le emozioni non sono scomparse, ma sono state anestetizzate, semplificate e spesso sostituite da esperienze superficiali e immediate.”

Viviamo in un'epoca dominata dalla velocità, dall'iperconnessione e dalla ricerca continua di gratificazioni immediate. In questo contesto diventa difficile concedersi il tempo necessario per attraversare davvero le proprie emozioni, comprese quelle più dolorose. Tristezza, paura, frustrazione e attesa vengono spesso percepite come ostacoli da eliminare, quando invece rappresentano esperienze fondamentali per la crescita personale.

È proprio in questo contesto che Crepet afferma: "Si va a scuola di anestesia, l'anaffettività diventa substrato vitale", una riflessione che denuncia il rischio di una società capace di educare più all'indifferenza che alla sensibilità, fino a rendere normale l'assenza di empatia.

La riflessione assume un significato particolarmente rilevante anche sul piano educativo.

Educare non significa proteggere i giovani da ogni forma di sofferenza, ma accompagnarli nel riconoscere, comprendere e attraversare le proprie emozioni. Chi non sperimenta il fallimento, l'incertezza o il dolore difficilmente potrà sviluppare quella resilienza necessaria per affrontare le sfide della vita.

In questa prospettiva non esistono emozioni da cancellare, ma esperienze interiori che devono essere accolte e trasformate in occasioni di crescita e consapevolezza.

Per Crepet esiste un antidoto all'anestesia emotiva: l'empatia. “L'empatia è antidoto, significa assumere le emozioni come metronomo capace di scandire il nostro tempo invece di farlo scorrere al contrario.”

Queste parole restituiscono il senso più profondo del suo messaggio. L'empatia non viene presentata come un semplice atteggiamento di gentilezza, ma come una competenza umana essenziale, capace di restituire autenticità alle relazioni e di contrastare quella progressiva indifferenza che rischia di impoverire la nostra vita sociale.

Il messaggio di Crepet è un invito a recuperare il coraggio di emozionarsi, di stupirsi, di desiderare e persino di affrontare la sofferenza come parte inevitabile dell'esperienza umana.

La domanda dello psichiatra e saggista rimane estremamente attuale: stiamo ancora vivendo davvero le nostre emozioni oppure ci limitiamo a consumarle? Per Crepet, felicità, amore, dolore, paura e speranza acquistano significato solo quando vengono vissuti con autenticità. Rinunciare alle emozioni per paura di soffrire significa rinunciare anche alla possibilità di crescere, di amare e di costruire relazioni profonde. La crescita personale non nasce dall'assenza delle emozioni più difficili, ma dalla capacità di attraversarle, comprenderle e trasformarle in consapevolezza. Recuperare il coraggio di sentire diventa così una delle condizioni indispensabili per ritrovare la propria umanità.

E tu, lettore che ci segui, hai la sensazione che oggi sia diventato più difficile vivere davvero le proprie emozioni? Pensi che l'empatia sia ancora un valore capace di cambiare le relazioni tra le persone?

Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e lascia un commento. Raccontaci quale passaggio della riflessione di Crepet ti ha colpito di più e come interpreti il suo invito a recuperare il coraggio di sentire.



di Katia Piemontese

EDUCAZIONE
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