Recalcati: "Parlare ai muri". Chi insegna lascia un'impronta non un calco
- La Redazione

- 6 ore fa
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"I muri hanno motivo di esistere non per essere abbattuti, in quanto il loro perimetro, la loro durezza, rappresenta ogni essere umano nella sua forma più autentica, ma perché..."

“Ogni insegnante ne ha fatto esperienza sulla sua pelle: ha parlato ai muri”. È con queste parole che lo psicanalista Massimo Recalcati interviene su un’esperienza, che almeno una volta nella vita, si sono ritrovati a vivere tutti gli insegnanti. L’impressione di stare a parlare “ai muri”, ovvero, studenti che apparentemente non riescono o non vogliono apprendere. L’esperto analizza l’aspetto più profondo di tale espressione, che come vedremo ha un riscontro tutt’altro che negativo.
“Parlare ai muri è la condizione strutturale di ogni insegnamento, perché in ogni insegnamento è in gioco un’impossibilità. Quale? Quella di una trasmissione integrale, senza resti, trasparente, del sapere. Se insegnare significa lasciare un’impronta, una traccia, un segno nell’allievo, è perché si esclude che la trasmissione possa ridursi a una clonazione, ovvero alla riproduzione passiva e conformistica della parola del maestro”.
Lo psicanalista spiega che “il muro” viene sperimentato da ogni insegnante perché non c’è certezza di come o quando la trasmissione del sapere arriva nella mente e nell’anima dello studente. Inoltre, l’obiettivo non è quello di attraversare ogni studente allo stesso modo ma già il fatto stesso di lasciare un segno, anche se piccolo, spiega il senso più profondo del sapere. Infatti continua: “un buon effetto di insegnamento consiste nel rendere possibile la soggettivazione del sapere a partire dall’impronta che sa lasciare nell’allievo. Questo significa che l’impronta del maestro non è e non deve essere un calco, sebbene ogni insegnamento porti con sé, sempre, questo rischio”.
Ogni informazione, ogni parola, ogni sguardo, ogni gesto dell’insegnante cattura in modo diverso l’attenzione dello studente, c’è chi si accorge di una parola bizzarra, di un gesto, di una maglietta di un colore sgargiante e c’è anche chi sembra non accorgersi di nulla. Ed è proprio con gli studenti con i quali si sperimenta "il muro più alto" che entra in gioco il vero insegnamento. “Parlare ai muri significa che c’è qualcosa che sfugge sempre, qualcosa che non può essere preso nella parola, qualcosa che resiste. I muri, afferma Lacan, «sono fatti per circondare un vuoto». Insegnare non è forse provare a circoscrivere questo vuoto? Con la consapevolezza, però, che non si potrà mai dire tutto”.
I muri hanno motivo di esistere non per essere abbattuti, in quanto il loro perimetro, la loro durezza, rappresenta ogni essere umano nella sua forma più autentica, ma perché già solo creare una piccola porticina all’interno di esso permette la connessione con l’altro, la relazione, il contatto ed, infine, anche la trasmissione, proprio come accade in una classe tra insegnante ed alunni. Infatti, continua Recalcati: “Il muro che ci separa dalla verità, afferma Lacan, «è dappertutto». Tra l’uomo e il mondo c’è sempre un muro, come tra un uomo e una donna, o tra la verità (che sfugge sempre) e il sapere. Eppure questo muro – il muro del linguaggio – non è solo una barriera che separa: è anche il terreno da cui sorge il dono della parola, che rende possibili la poesia e l’amore, l’«umanizzazione della vita» e l’incontro, l’apprendimento e la conoscenza”.
Dunque, l’insegnamento “in serie” non permetterebbe allo studente di creare nella sua mente curiosità, interesse e desiderio verso un argomento, così come per la vita stessa. Inoltre, è proprio grazie ai muri che possiamo confrontarci, capire a cosa vogliamo fare spazio, cosa per noi ha un valore tale da permettergli di entrare da quella piccola porticina, che ognuno di noi si porta dentro. Insegnare è soprattutto questo, crescere un individuo capace di mettersi in discussione ogni volta che la vita lo richiede, oltre tutte le sicurezze, perché, conclude Recalcati: “Più che la trasmissione efficace di informazioni, un insegnamento dovrebbe preservare quello che non si può trasmettere”.
E tu, lettore che ci segui, hai mai fatto esperienza del "muro" per poi accorgerti che le tue parole, i tuoi insegnamenti, col tempo, hanno prodotto comunque dei risultati? Scorri in basso e lascia un commento.
di Natalia Sessa




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È interessante non solo per chi insegna,ma anche per chi apprendere.
Là porticina non è da sfondare ma qualcuno deve essere invogliato ad aprirla.
Nei rapporti genitori figli, maestri e discepoli e,penso,in tutti i contatti con il prossimo siamo chiamati non a mettere "anothet brick in thè Wall 'ma possibilmente a toglierlo.
Grazie rof Recalcari: mi sento sempre interrogato quando leggo i suoi scritti che mi invitano ad aprire la porticina
Guido