Michael Jackson: "Ho sempre desiderato poter raccontare delle storie". Quando il Re del Pop scelse il potere delle parole
- La Redazione

- 3 ore fa
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Michael Jackson rivela il desiderio di emozionare attraverso il racconto. Una riflessione sul potere delle parole, sul talento come dono e sul rapporto, mai del tutto risolto, con il padre Joe.

“Ho sempre desiderato poter raccontare delle storie… . Mi piacerebbe sedere accanto al fuoco e raccontare alla gente qualche storia… far vedere loro delle immagini, farli piangere oppure ridere, suscitare nuove emozioni con qualcosa all'apparenza così semplice come le parole.”
È difficile immaginare che queste parole appartengano a Michael Jackson. Eppure, nel capitolo "Ragazzini con un sogno" della sua autobiografia Moonwalk, il Re del Pop mette da parte il mito e lascia emergere il bambino che avrebbe voluto emozionare il mondo non soltanto con la musica, ma anche con il potere del racconto.
Il più grande artista dell'immagine sognava un'arte senza immagini. Può sembrare un paradosso. L'artista che ha rivoluzionato la musica con immagini, coreografie ed effetti scenici immaginava la forma più alta dell'arte senza luci, senza costumi e senza effetti speciali: raccontare storie. È una confessione che colpisce. L'artista che ha costruito alcuni degli spettacoli più iconici della storia immagina la forma più alta dell'arte senza costumi, senza luci e senza effetti speciali: "Non ci sono costumi, né trucco, niente di niente, soltanto tu e la tua voce".
È il riconoscimento del potere della parola, capace di creare immagini e suscitare emozioni anche senza il supporto della spettacolarità.
Ma Moonwalk è anche una riflessione sul talento. Per Jackson non è mai un merito personale, bensì un dono da custodire.
Ricorda le parole di Ed Sullivan: "Non dimenticare mai da dove proviene il tuo talento… il talento che hai è un dono di Dio."
Una convinzione che riflette la profonda spiritualità trasmessagli dalla madre Katherine.
Accanto al dono, però, c'è la disciplina. Michael riconosce al padre Joe un insegnamento fondamentale: "Si poteva avere tutto il talento del mondo, ma se non si era in grado di prepararsi e di pianificare il futuro, non sarebbe servito a nulla."
Ed è proprio il rapporto con il padre a rivelare una delle pagine più intense dell'autobiografia.
Molto prima che emergessero pubblicamente le ferite della sua infanzia, Jackson sceglie parole misurate. Gli riconosce onestà nella gestione dei guadagni e il valore della disciplina, ma lascia affiorare un dolore molto più profondo: "Nostro padre ci ha aiutato a raggiungere qualcosa di meraviglioso… Ma ancora non lo conosco bene e questo è tristissimo per un figlio che desidera ardentemente capire il proprio padre. Per me continua a restare un mistero."
In quella parola – mistero – sembra già nascondersi il dramma di un bambino diventato troppo presto una star, alla ricerca di un padre prima ancora che di un manager.
Riletto oggi, Moonwalk non è soltanto il racconto dell'ascesa del più grande artista pop del Novecento. È la confessione di un uomo che, dietro il mito, continuava a credere che la forma più potente dell'arte fosse una storia capace di emozionare, consolare e cambiare il cuore di chi l'ascolta.
E tu, lettore che ci segui, conoscevi questo lato così intimo del Re del Pop? Ti aspettavi che il più grande artista dello spettacolo sognasse un'arte fatta soltanto di parole e di storie?
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di Katia Piemontese




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