Mamme "equilibriste" di Save The Children: in Italia 6 giovani donne su 10 sono fuori dal mondo del lavoro
- La Redazione

- 2 ore fa
- Tempo di lettura: 4 min
Avere un figlio penalizza la carriera e genera forte stress. Save the Children lancia l'allarme: le culle restano vuote per colpa di contratti precari e servizi per l'infanzia insufficienti, soprattutto al Sud

Molte donne in Italia hanno espresso la volontà di mettere su famiglia, ma le tutele, le condizioni economiche attuali fanno sì che questo desiderio non diventi realtà. A dirlo è l’XI edizione del report “Le Equilibriste” di Save the Children, che riporta una realtà in cui diventare madre comporta spesso una forte penalizzazione economica e professionale.
Il dato più rilevante è quello della cosiddetta child penalty: la maternità comporta una riduzione media del reddito pari al 33% nell’arco della vita lavorativa. Si tratta di un effetto legato a carriere interrotte, contratti più precari e maggiore ricorso al part-time. Questa riduzione dei guadagni assume connotazioni differenti a seconda del comparto: nel settore privato, il l’effetto è istantaneo, con una flessione del 14% già nell’anno della nascita che può arrivare al 30% nel lungo periodo, mentre il settore pubblico garantisce una tutela maggiore, limitando il calo al 5%.
Il divario emerge chiaramente osservando i tassi di occupazione. Tra chi non ha figli, uomini e donne presentano livelli relativamente vicini (78,1% contro 68,7%). Con l’arrivo di un figlio, però, i numeri cambiano: l’occupazione maschile sale fino al 92,8%, mentre quella femminile scende al 63,2%. Le donne si affidano di più al part-time, che interessa il 32,6% delle madri occupate. Tuttavia, per l'11,7% di loro si tratta di un "part-time involontario", una condizione subìta per l'impossibilità di reperire un impiego a tempo pieno, laddove per i padri tale fattore risulta pressoché irrisorio (3,5%).
La fascia più fragile è quella delle mamme under 30. Qui quasi sei madri su dieci (59,8%) risultano inattive, cioè fuori dal mercato del lavoro e non in cerca di occupazione. Tra i padri coetanei la quota si ferma al 6,2%. Ancora più significativo il dato sui NEET: il 60,9% delle giovani madri non studia, non lavora e non è inserito in percorsi formativi. In pratica, quasi tutti i genitori NEET in Italia (il 94,6%) sono donne. A questo si aggiunge una dimensione meno visibile ma rilevante: il benessere psicologico.
Il 69% delle madri tra i 18 e i 24 anni riferisce sintomi di disagio come ansia o burnout, segno di una difficoltà che va oltre il solo ambito economico. Nonostante tutto, il desiderio di avere figli resta diffuso: oltre l’80% dei giovani tra i 18 e i 24 anni dichiara di voler diventare genitore. Tuttavia, quando si passa dalle intenzioni ai progetti concreti, le percentuali crollano. Tra le donne tra i 25 e i 34 anni, una su quattro afferma di non avere condizioni lavorative adeguate per avere un figlio. Un altro nodo centrale riguarda i servizi educativi per la prima infanzia. La copertura dei posti negli asili nido si attesta al 31,6%, lontana dall’obiettivo europeo del 45% entro il 2030.
Il dato medio nasconde forti differenze territoriali: nel Centro-Nord si raggiungono livelli tra il 36% e il 40%, mentre al Sud si scende sotto il 20%. Il Mothers’ Index 2026 riflette questa spaccatura, ponendo l'Emilia-Romagna al vertice della graduatoria e la Sicilia all'ultimo posto. Anche la spesa pubblica per bambino evidenzia squilibri marcati: si passa da oltre 3.300 euro annui nella Provincia autonoma di Trento a poco più di 200 euro in Calabria. Tali carenze infrastrutturali alimentano la migrazione qualificata: nel 2024, il 70% delle giovani donne che hanno lasciato il Mezzogiorno verso il Centro-Nord o l'estero era in possesso di una laurea.
A ciò si somma l'incertezza legata ai fondi del PNRR: a fine 2025, solo il 13% dei progetti per il potenziamento dei servizi all'infanzia risultava effettivamente concluso. Le difficoltà si riflettono anche nelle scelte lavorative. Tra il 2022 e il 2024, il tasso di dimissioni volontarie tra le madri con figli piccoli è cresciuto del 42%, passando da 4,77 a 6,78 ogni mille occupate. Dietro questi numeri ci sono spesso problemi concreti: mancanza di servizi, orari incompatibili e scarsa flessibilità. Il quadro che emerge è chiaro: il calo delle nascite non dipende da un cambiamento culturale, ma da impedimenti sistemici.
Le misure una tantum, come il Bonus Mamme (costato 630 milioni nel 2026), hanno mostrato limiti evidenti, concentrandosi prevalentemente su una platea di donne over 30 senza scardinare le cause profonde della denatalità. Per invertire la rotta, Save the Children sollecita interventi strutturali: l'attuazione di congedi parentali paritari e non trasferibili per incentivare la condivisione della cura, il raggiungimento entro il 2027 di una copertura minima del 33% dei posti nido in ogni comune e l'introduzione della gratuità dei servizi per le famiglie con ISEE inferiore a 26.000 euro. Solo mitigando queste fragilità, l'Italia potrà smettere di essere un Paese di "equilibriste forzate" e scalfire il record negativo di 1,14 figli per donna.
di Leandro Castagna



.jpg)
.jpg)

















%20(2).jpg)
.jpg)

%20(2).jpg)






















.jpg)
Commenti