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Crepet: "A forza di essere servi dei figli, questi ragazzi possono arrivare a non accettare il primo no". Quando un limite diventa un’offesa, anche a scuola

1 ora fa
Tempo di lettura: 3 min

A volte diciamo sì perché siamo stanchi, abbiamo paura di ferirli o non vogliamo perdere il loro affetto. Ma crescere passa anche da ciò che non possiamo ottenere.

“A forza di essere servi dei figli, questi ragazzi possono arrivare a non accettare il primo no, la prima interrogazione andata male, il primo limite”. È da queste parole che parte una delle riflessioni più dure di Paolo Crepet.

A una prima lettura, parole così dure possono ferire e farci perdere ciò che vogliono davvero dirci. Nessun genitore vorrebbe sentirsi definire servo del proprio figlio. E spesso dietro un sì di troppo non c’è disinteresse, ma il contrario. C’è la paura di farlo soffrire, il senso di colpa per il poco tempo trascorso insieme o semplicemente la stanchezza di affrontare l’ennesima discussione.

Dire sì, qualche volta, costa meno. Un no può portare una porta sbattuta, un silenzio che dura tutta la sera o quella frase che fa male: “Tu non mi capisci”.

Eppure essere genitori significa anche restare lì quando un figlio è arrabbiato con noi. Lasciargli attraversare una delusione senza correre subito a cancellarla. Crepet lo spiega attraverso un’immagine molto chiara: “compito di un genitore non è quello di tenere sempre abbassato il ponte levatoio di casa nella speranza di veder ricomparire i figli delusi da un tentativo che non è andato bene”. Un brutto voto, a tredici anni, può sembrare enorme. Un rimprovero davanti ai compagni può far provare vergogna. Un no può apparire ingiusto. Educare non significa negare queste emozioni, ma aiutare un ragazzo a viverle senza pensare che chi lo ha contraddetto sia diventato un nemico. È qui che le parole di Crepet incontrano quanto accaduto in una scuola di Roma. Un tredicenne è entrato in aula e ha accoltellato una professoressa. Secondo la ricostruzione, indossava anche degli occhiali con telecamera e avrebbe avviato una videochiamata per mostrare l’aggressione.

Non conosciamo fino in fondo quel ragazzo, la sua storia e ciò che lo ha condotto a un gesto tanto grave. Niente rende inevitabile una violenza simile. Crepet, però, pone una domanda che riguarda gli adulti: “la violenza la copiano dagli adulti e la conoscono grazie ai media. I ragazzi finiscono per pensare che quello sia la norma”. Tra i particolari che più colpiscono c’è proprio quella telecamera. Mentre una donna veniva ferita, qualcuno avrebbe dovuto guardare. La sofferenza di una persona rischiava di trasformarsi in uno spettacolo da condividere.

La docente ha raccontato che il ragazzo non disse nulla, né prima né dopo. Un silenzio difficile da dimenticare per chi ogni mattina entra in classe con il compito di insegnare, ma anche di richiamare, correggere e qualche volta pronunciare un no.

Crepet chiede allo Stato di schierarsi dalla parte degli insegnanti e insiste su un punto essenziale: un docente non può educare se ha paura delle conseguenze di un voto o di un rimprovero. La scuola, ha affermato in un’altra occasione, è “il luogo più importante della nostra comunità”. Ma in quell’aula non c’era soltanto il ragazzo che ha aggredito. Ce n’era un altro che è intervenuto e ha fermato l’aggressore. Non ha pronunciato un discorso.

Ha visto una persona in pericolo e si è mosso. Nello stesso momento, un adolescente ha scelto di ferire e un altro ha scelto di difendere. Non possiamo sapere quali esempi abbiano attraversato le loro vite. Ma quell’immagine rimane e ci ricorda che i ragazzi non sono tutti uguali, neppure davanti alla paura. Ci osservano molto più di quanto pensiamo. Guardano come reagiamo a un torto, come parliamo di chi ci ha deluso e che cosa facciamo quando qualcuno più debole ha bisogno di aiuto. Da ciò che vedono imparano anche chi non vogliono diventare.

“Bisogna essere coerenti, diventare un esempio”, ricorda Crepet.

Non possiamo scegliere al posto dei nostri figli. Possiamo però mostrare loro che davanti alla violenza esiste sempre un’altra possibilità.

In quella classe un ragazzo aveva una telecamera accesa. Un altro, invece, ha teso le mani per fermarlo. Educare significa anche aiutare un figlio a capire, quando arriverà il suo momento, quale dei due desidera essere.

Per te, lettore che ci segui, qual è il limite più difficile da far accettare a un figlio? E quale esempio vorresti che ricordasse di te? Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e lascia un commento. Il tuo punto di vista e la tua esperienza possono essere utili anche ad altri genitori che ogni giorno affrontano le stesse sfide educative.



di Katia Piemontese

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