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Addio a don Antonio Mazzi, l’educatore che non considerava perduto nessun ragazzo: "Spengo il cervello e accendo il cuore"

31 lug
Tempo di lettura: 4 min

Per oltre quarant’anni ha accolto i giovani che gli altri consideravano irrecuperabili, insegnandoci che nessun ragazzo è perduto se incontra un adulto capace di guardarlo oltre i suoi errori...

Don Antonio Mazzi è morto oggi, 31 luglio, all’età di 96 anni, nella sede storica di Exodus al Parco Lambro di Milano. Era circondato dai ragazzi e dagli educatori di quella comunità diventata, nel corso di oltre quarant’anni, casa, rifugio e possibilità di ricominciare per migliaia di giovani. Con lui non se ne va soltanto il sacerdote che affrontò l’emergenza dell’eroina quando l’Italia non sapeva ancora come guardarla. Se ne va un educatore capace di riconoscere una persona anche quando gli altri vedevano soltanto il suo errore, la sua dipendenza o la sua fragilità.

"Per come mi hai guardata"

C’è un episodio che forse racconta don Mazzi meglio di una lunga biografia. Una sera, a Exodus, arrivò una ragazza di tredici anni. Aveva già tentato due volte di togliersi la vita. Don Antonio l’ascoltò e, quando l’incontro terminò, le disse che sarebbe potuta tornare ogni volta che ne avesse sentito il bisogno.

Poco dopo mezzanotte la ragazza si presentò nuovamente davanti alla sua porta. Don Mazzi le domandò perché fosse tornata.

«Per come mi hai guardata», rispose lei.

In quelle cinque parole è racchiuso il cuore del suo modo di educare. Quella ragazza non ricordava una formula, un consiglio o una soluzione. Ricordava lo sguardo di un adulto che, per qualche minuto, non l’aveva considerata un caso da trattare, ma una persona degna di essere ascoltata.

Quando gli chiedevano come riuscisse a entrare in relazione con ragazzi tanto feriti, don Mazzi rispondeva: «Spengo il cervello e accendo il cuore». Non era un invito a rinunciare alla competenza o alla ragione. Era il rifiuto di lasciare che una diagnosi, un pregiudizio o un comportamento sbagliato arrivassero prima della persona.

Dalla strada alla nascita di Exodus

Nato a Verona il 30 novembre 1929, Antonio Mazzi perse il padre quando era ancora molto piccolo. Conobbe la povertà, la guerra e la fatica di crescere affidandosi soltanto alla madre. Non fu un ragazzo docile né un seminarista modello. Proprio quell’inquietudine, però, gli permise più tardi di riconoscere qualcosa di sé nei giovani che gli adulti definivano difficili.

Dopo l’ordinazione sacerdotale studiò pedagogia e psicologia, dedicando la propria vita ai ragazzi con disabilità, agli emarginati e a quanti vivevano ai confini della società. Alla fine degli anni Settanta arrivò al Parco Lambro, uno dei luoghi simbolo della diffusione dell’eroina a Milano. In quegli anni molti giovani venivano considerati ormai irrecuperabili. Don Mazzi non volle accettarlo.

Nel 1984 prese forma il progetto Exodus. L’anno successivo partì la prima Carovana: tredici ragazzi con gravi problemi di dipendenza lasciarono la comunità tradizionale per affrontare insieme un lungo viaggio. Camminare, lavorare, incontrare persone e assumersi responsabilità diventavano parte del percorso educativo. Exodus crebbe, dando vita a comunità, cooperative, centri giovanili e progetti in Italia e all’estero. Ma il principio rimase lo stesso: nessuno può essere aiutato veramente se prima non viene incontrato.

Arrivare prima

Don Mazzi comprese anche che il disagio giovanile stava cambiando. Alle dipendenze da sostanze si affiancavano la solitudine, i disturbi alimentari, l’azzardo, il rapporto compulsivo con il digitale e, soprattutto, una povertà più difficile da riconoscere: la mancanza di speranza.

Per questo ripeteva: «Dobbiamo arrivare prima, arrivare a tutti e arrivare nel modo più normale e adatto a loro».

Arrivare prima significa accorgersi di un silenzio prima che diventi isolamento. Significa prendere sul serio una richiesta di aiuto anche quando viene espressa con rabbia, provocazione o rifiuto. Significa offrire ai ragazzi luoghi reali nei quali incontrarsi, fare sport, studiare, suonare, sbagliare e sentirsi nuovamente parte di qualcosa.

È una lezione che riguarda le famiglie, la scuola e ogni adulto chiamato a esercitare una responsabilità educativa. I giovani non hanno bisogno soltanto di regole. Hanno bisogno di incontrare persone credibili, capaci di restare anche quando il dialogo diventa difficile.

«L’educazione ha i connotati della passione e dell’arte più che quelli freddi del calcolo», aveva scritto don Mazzi nel suo ultimo messaggio rivolto al futuro di Exodus. Educare, per lui, non era applicare una procedura. Era entrare nella vita di qualcuno con rispetto, sapendo di non poter prevedere quando una parola, una presenza o persino un semplice sguardo avrebbero cominciato a produrre i loro frutti.

«I ragazzi difficili mi hanno salvato»

Nel novembre scorso, arrivato a 96 anni, don Mazzi aveva pronunciato una frase che ribaltava il modo consueto di raccontare la sua storia: «I ragazzi difficili mi hanno salvato».

Non si attribuiva il ruolo dell’uomo buono che aveva salvato migliaia di giovani. Riconosceva che quegli incontri avevano dato senso anche alla sua vita, obbligandolo a rimanere inquieto, concreto e vicino alle persone.

La Fondazione Exodus lo ricorda come un uomo che ha trasformato la strada in un luogo di rinascita e di speranza. Le esequie si terranno lunedì 3 agosto, alle ore 15, nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano. La camera ardente sarà allestita nella Cascina Molino Torrette del Parco Lambro, la casa dalla quale la sua opera continuerà.

Don Antonio Mazzi lascia comunità, educatori e migliaia di vite attraversate. Ma soprattutto lascia un modo di guardare i ragazzi.

Quello sguardo che non domanda immediatamente che cosa abbiano fatto, dove abbiano sbagliato o quanto siano caduti in basso. Prima domanda chi siano e quale parte di loro stia ancora aspettando di essere riconosciuta.

Perché talvolta un ragazzo ricomincia proprio così: quando incontra un adulto che, nonostante tutto, riesce ancora a vedere in lui un futuro.



di Leandro Castagna

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