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“Il voto basta davvero a raccontare uno studente?” Trinchero: La valutazione non è solo misura, ma costruzione degli apprendimenti

24 lug
Tempo di lettura: 3 min

Dietro ogni voto c’è molto più di una prestazione. La riflessione di Roberto Trinchero invita la scuola a superare la logica del giudizio finale per comprendere i percorsi di...

Il voto basta davvero a raccontare uno studente?

Per Roberto Trinchero, professore ordinario di Pedagogia sperimentale all’Università di Torino e tra i maggiori studiosi italiani della valutazione scolastica, la risposta è chiara: no.

Un voto può registrare una prestazione, ma non può raccontare da solo il percorso di apprendimento di uno studente. Non restituisce completamente le difficoltà incontrate, le strategie utilizzate, i progressi compiuti e le potenzialità ancora da sviluppare.

Per questo, secondo Trinchero, la valutazione non può limitarsi a misurare ciò che uno studente sa in un determinato momento: deve diventare uno strumento per comprendere come apprende, quali ostacoli incontra e quali condizioni possono aiutarlo a migliorare.

È questa la prospettiva che sta alla base della valutazione diagnostica: non un semplice strumento per rilevare risultati, ma un modo diverso di guardare allo studente e al suo percorso di crescita.

“La valutazione degli apprendimenti conseguiti dagli studenti può essere considerata un processo in cui una situazione osservata sul singolo studente viene messa a confronto con una situazione attesa”.

Dunque, secondo il professore Trinchero, valutare non significa soltanto stabilire se un obiettivo è stato raggiunto, ma comprendere ciò che quel risultato racconta e utilizzare queste informazioni per orientare la didattica.

La domanda cambia prospettiva. Non soltanto: “Quanto ha imparato questo studente?”, ma soprattutto: “Che cosa possiamo fare perché impari meglio?”.


In una scuola caratterizzata da studenti diversi per esperienze, tempi di apprendimento, modalità cognitive e bisogni educativi, questa differenza diventa fondamentale. Una valutazione che si ferma al risultato rischia di mettere in evidenza soltanto ciò che manca. Una valutazione che sa leggere il percorso permette invece di individuare possibilità, risorse e strategie per favorire il miglioramento.

La valutazione diagnostica nasce proprio da questa esigenza: conoscere prima di intervenire, osservare prima di giudicare. Significa individuare il punto di partenza dello studente, riconoscere le competenze già presenti e costruire percorsi capaci di accompagnarlo verso nuovi apprendimenti.

Questa prospettiva modifica anche il ruolo del docente. L’insegnante non è più soltanto colui che assegna un voto, ma un professionista che osserva, interpreta e utilizza le informazioni raccolte per rendere più efficace l’azione educativa.

Secondo Trinchero, una valutazione di qualità richiede attenzione a diversi momenti: dalla definizione degli obiettivi alla rilevazione della situazione dello studente, dall’interpretazione dei risultati alla scelta delle azioni più adeguate.

Il dato raccolto non rappresenta quindi una conclusione, ma un punto di partenza. Una verifica non dovrebbe servire soltanto a certificare ciò che è stato appreso, ma anche a indicare la strada per ciò che può ancora essere costruito.

Per una scuola realmente inclusiva questa visione assume un valore decisivo. Uno studente non coincide con il proprio errore, con una difficoltà o con una valutazione negativa. Ogni risultato deve essere letto all’interno di un percorso più ampio, nel quale riconoscere anche capacità, progressi e possibilità di crescita.

Valutare significa anche aiutare gli studenti a sviluppare consapevolezza del proprio apprendimento. Comprendere i propri punti di forza e gli aspetti su cui lavorare permette di diventare più autonomi e partecipi nel percorso formativo.

Per questo Trinchero sottolinea che “la valutazione non è solo un modo per rilevare e certificare conoscenze, abilità e competenze: è un modo per costruirle”.

La sfida della scuola, quindi, non è eliminare il voto, ma superare l’idea che un voto possa contenere tutta la complessità di uno studente.

Perché educare significa guardare oltre il risultato immediato: significa riconoscere non solo ciò che uno studente è riuscito a fare oggi, ma anche ciò che può ancora diventare domani.


di Katia Piemontese



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