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Violenza tra adolescenti, dal pugno allo smartphone. CNDDU: “Un segnale non resti solo una preoccupazione del docente”

1 ora fa
Tempo di lettura: 5 min

Da Sulmona, dove una sedicenne con disabilità sarebbe stata aggredita mentre qualcuno filmava, al quindicenne picchiato a Lugo. Il Coordinamento guarda a ciò che accade prima, durante e dopo: “La prevenzione più efficace si costruisce nella quotidianità”

Una ragazza di sedici anni con disabilità aggredita da due coetanee mentre altri giovani assistono e qualcuno riprende tutto con il cellulare. A centinaia di chilometri di distanza, un ragazzo di quindici anni raggiunto dopo l’uscita da scuola e colpito ripetutamente fino a rendere necessario il ricovero. Sulmona e Lugo, due episodi diversi sui quali sono ancora in corso gli accertamenti. Ma anche due storie che riportano davanti alla scuola una domanda che arriva sempre dopo fatti come questi: cosa può essere fatto prima?

Il CNDDU invita innanzitutto a non cercare spiegazioni facili.“Frustrazione, conflitto, solitudine e bisogno di riconoscimento non determinano necessariamente comportamenti aggressivi; allo stesso modo, difficoltà familiari o sofferenza psicologica non possono essere assunte automaticamente come indicatori di pericolosità”.

Il problema, allora, non è costruire l’identikit dell’adolescente violento. È capire se, quando emergono comportamenti realmente preoccupanti, esista una rete capace di raccogliere quei segnali e intervenire.


Prima della violenza

A Lugo l’aggressione sarebbe avvenuta nel Parco del Tondo, poco dopo la fine delle lezioni. Fuori dalla scuola, dunque. Ma le relazioni tra ragazzi non si interrompono quando suona l’ultima campanella. “Le relazioni costruite tra i banchi continuano oltre il cancello dell’istituto e con esse possono proseguire incomprensioni, tensioni e conflitti che, se non riconosciuti e affrontati, rischiano di assumere forme sempre più gravi”.

Per il Coordinamento prevenire non significa attribuire alla scuola la responsabilità di tutto ciò che fanno gli adolescenti. Significa, piuttosto, non aspettare necessariamente che un conflitto diventi un fatto di cronaca. “La prevenzione più efficace si costruisce nella quotidianità, attraverso l’osservazione, l’ascolto e la tempestiva presa in carico dei segnali che possono precedere comportamenti aggressivi”.

Ma anche la parola “segnali” va usata con cautela. Una difficoltà a scuola, l’isolamento o un momento di sofferenza non rendono un ragazzo pericoloso. “Diversamente, minacce circostanziate, condotte aggressive reiterate o mutamenti comportamentali significativi possono richiedere una valutazione specifica e, quando necessario, l’intervento di professionalità differenti da quelle scolastiche”.

Durante: aiutare o tirare fuori il telefono?

La vicenda di Sulmona aggiunge un altro elemento. Secondo quanto riportato, durante l’aggressione alla sedicenne qualcuno avrebbe utilizzato il telefono per filmare. I video sarebbero poi arrivati via WhatsApp a un insegnante di sostegno, che li avrebbe consegnati ai Carabinieri.

Gli accertamenti dovranno stabilire esattamente cosa sia successo. Ma il CNDDU pone una questione che ormai accompagna molti episodi di violenza tra ragazzi: “la presenza di un telefono durante un episodio di violenza modifica infatti la natura stessa di ciò che accade. L’aggressione non rimane circoscritta al luogo e al momento in cui si verifica, ma può proseguire attraverso la registrazione, la condivisione e la permanenza delle immagini negli ambienti digitali”. C’è una scelta che avviene in pochi secondi: filmare oppure cercare aiuto. “Di fronte a una situazione di sopraffazione, la scelta di riprendere ciò che sta accadendo invece di cercare aiuto o rivolgersi tempestivamente a un adulto non può essere considerata un comportamento privo di conseguenze”.


A Lugo, secondo le informazioni disponibili, sarebbero stati invece alcuni ragazzi presenti a dare l’allarme. Per il Coordinamento è una differenza sulla quale vale la pena lavorare anche a scuola: non viene chiesto a un adolescente di esporsi fisicamente e mettersi in pericolo, ma di sapere chi chiamare e come chiedere aiuto.

Quel video arrivato a un insegnante

Nella vicenda di Sulmona c’è anche un adulto. Se la ricostruzione sarà confermata, l’insegnante di sostegno che avrebbe ricevuto i filmati non li ha rimessi in circolo, ma li ha consegnati alle autorità. Il CNDDU attribuisce a quel gesto anche un significato educativo: “interrompere la circolazione del contenuto, sottrarlo alla logica della condivisione e consegnarlo a chi è istituzionalmente competente per gli accertamenti significa ricondurre un materiale potenzialmente lesivo entro un percorso corretto di responsabilità”. Il cellulare, insomma, non è un elemento laterale. Un’aggressione può durare minuti; il video può continuare a circolare molto più a lungo, esponendo nuovamente chi l’ha subita.

Ma quando un docente vede qualcosa, cosa succede dopo?

È qui che i tre interventi del CNDDU arrivano alla questione forse più scomoda. Alla scuola viene chiesto di osservare, ascoltare, prevenire e segnalare. Ma una volta fatta la segnalazione, la catena funziona davvero?

Il Coordinamento mette un limite molto chiaro al ruolo dell’insegnante: “il docente non è chiamato a formulare diagnosi, interpretare clinicamente uno studente o stabilirne la pericolosità. Deve essere posto nelle condizioni di riconoscere fatti e cambiamenti rilevanti, documentarli correttamente e conoscere il percorso attraverso il quale una segnalazione qualificata possa raggiungere le competenze appropriate”.

Per questo il CNDDU chiede al Ministero dell’Istruzione e del Merito, insieme al Ministero della Salute e alle amministrazioni competenti, una ricognizione nazionale sulle procedure realmente utilizzate nei casi più critici, anche quando non si rientra propriamente nel bullismo o nel cyberbullismo.

Non un altro protocollo da aggiungere a quelli esistenti. La richiesta è verificare cosa succede concretamente dopo: chi riceve la segnalazione della scuola, quale servizio valuta il caso, come vengono coinvolte le famiglie e quanto tempo occorre per ottenere una risposta. “Chiedere alla scuola di riconoscere precocemente le criticità senza verificare ciò che accade dopo la segnalazione rischia infatti di trasferire sul personale scolastico una responsabilità alla quale non sempre corrisponde una capacità effettiva di intervento”.

Anche lo sportello psicologico, da solo, non basta. “Lo sportello di ascolto costituisce una risorsa importante, ma non può esaurire la funzione preventiva, anche perché lo studente maggiormente esposto a una situazione critica potrebbe essere proprio quello che non richiede spontaneamente aiuto”.

Scuola, famiglie, servizi sanitari e sociali devono quindi sapere prima, e non dopo un episodio grave, chi deve fare cosa.

Il CNDDU lo traduce in una domanda molto semplice: “quando emerge un comportamento concretamente preoccupante, la scuola sa con certezza chi deve contattare, il soggetto competente può intervenire e dispone di tempi compatibili con la situazione?”

È probabilmente questa la domanda che unisce meglio Sulmona, Lugo e gli altri episodi che entrano nelle cronache. Perché la prevenzione non si misura soltanto dal numero di progetti realizzati o dalle parole pronunciate dopo un’aggressione. “La prevenzione diventa concreta esattamente in quel passaggio: quando un segnale osservabile smette di essere soltanto una preoccupazione del singolo docente e diventa un’informazione alla quale il sistema è in grado di dare una risposta competente, tempestiva e verificabile”.

di La Redazione


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