Mattarella: “La scuola è aperta a tutti. Non consegnatevi a qualcuno che pensi al vostro posto”. Alberto Angela: “La scuola rimarrà per sempre con voi”
Ad Amatrice parole che vanno ben oltre l’inizio dell’anno scolastico. Dall’intelligenza artificiale alla solitudine, dalla violenza contro i docenti al valore dei maestri. Angela agli studenti: “Siete sulla rampa di lancio della vita”

Ci sono discorsi che inaugurano un anno scolastico e altri che finiscono per raccontare perché abbiamo ancora bisogno della scuola. È successo ad Amatrice, dove Sergio Mattarella e Alberto Angela hanno parlato ai ragazzi partendo da due prospettive diverse, ma arrivando quasi nello stesso punto: la scuola non è soltanto il luogo in cui impariamo. È uno dei luoghi in cui diventiamo ciò che saremo.
Mattarella parte da un mondo che corre velocissimo, attraversato dall’intelligenza artificiale, dai social e dagli algoritmi. Non teme il progresso, ma mette in guardia da qualcosa di più sottile: il rischio di una “colonizzazione del pensiero e dei sentimenti”, di una libertà che può restringersi senza quasi che ce ne accorgiamo.
E ai ragazzi affida una delle frasi più forti del suo intervento: “compito della scuola è formare ragazze e ragazzi che abbiano voglia di adoperare le potenzialità dei loro cellulari per pensare in proprio, liberamente e non per consegnarsi a qualcuno che pensi al loro posto”.
Perché non basta essere continuamente connessi. Si può avere il mondo dentro uno schermo e sentirsi ugualmente soli. “Il paradosso è che nel mezzo di tante comunicazioni incessanti si possa soffrire di isolamento e di abbandono. La scuola deve includere, recuperare, ricostruire”. Ma c’è anche un altro rischio dentro un tempo che sembra non concederci più il lusso di fermarci. Mattarella richiama Milan Kundera e il legame tra ciò che ricordiamo e la velocità con cui attraversiamo le cose: “c’è un legame stretto, sono parole dello scrittore Milan Kundera, tra lentezza e memoria, tra velocità e oblio”. Ciò che impariamo senza la fretta di correre, ricorda il Presidente, può restare dentro di noi. Ciò che prendiamo velocemente, magari distrattamente, può invece scomparire altrettanto in fretta.
In mezzo a questa corsa, la scuola può ancora permettersi una cosa preziosa: dare tempo al pensiero. “La rapidità sembra diventata una condizione esistenziale della vita. La scuola deve invece restare uno spazio di equilibrio”.
Poi il Presidente entra dentro una ferita molto più concreta. Parla delle violenze contro gli insegnanti, richiama il grave episodio dei giorni scorsi e non risparmia gli adulti. Ricorda che queste violenze sono commesse talvolta dai ragazzi, ma più frequentemente dai genitori, “ben più colpevoli in questo tradimento del loro compito educativo”, quando viene meno quella necessaria alleanza con chi insegna. E pronuncia poche parole che pesano: “gli insegnanti non devono essere lasciati soli dalla società”. Ma la scuola immaginata da Mattarella non può limitarsi a difendersi. Deve riuscire ancora a tenere insieme ciò che fuori rischia di dividersi.
Il Presidente parla di chi arriva da altri Paesi, dei giovani nati in Italia da famiglie immigrate e torna direttamente alla Costituzione: “la scuola prepara tutti, è aperta a tutti, così dispone l’articolo 34 della Costituzione”. Essere aperta a tutti significa allora “stabilire legami, conquistare la fiducia delle famiglie, aiutare a non formare ghetti, a non alzare barriere”. Significa unire dove cresce la diffidenza. “La scuola è chiamata a produrre coesione sociale”. Ed è qui che le parole di Alberto Angela sembrano raccogliere il filo lasciato da Mattarella. Si definisce “un eterno studente” e guarda i ragazzi davanti a lui con una punta d’invidia: “siete sulla rampa di lancio della vita. Una vita difficile, una vita sicuramente tutta da inventare”.
Per affrontarla, dice, la scuola lascia qualcosa che spesso comprendiamo soltanto molti anni dopo. “La scuola vi dà del cibo per la mente, la scuola vi dà una cassetta di strumenti”. Anche quelle lezioni che sembravano inutili. Persino le cose che abbiamo trovato noiose. Perché un giorno, davanti a una scelta o a un problema, qualcosa ritorna: una parola, un insegnamento, il modo di ragionare che qualcuno ci ha trasmesso.
“La scuola sarà sempre presente con voi”, dice Angela. Poi il suo pensiero va a chi ogni mattina entra in classe. Ai maestri, alle maestre, ai professori. Li paragona agli allenatori di una squadra: magari non sono loro a sollevare la coppa, ma sono loro ad aver contribuito a costruire quella squadra. “Il mio pensiero va anche a loro oggi, perché non è facile fare questo mestiere, soprattutto adesso”.
Due voci diverse, dunque, ma un pensiero che finisce per incontrarsi. Una scuola aperta a tutti, che non lascia soli i suoi insegnanti e insegna ai ragazzi a non lasciare ad altri il compito di pensare. Una scuola capace di restare accanto anche quando fuori tutto corre troppo velocemente. Mattarella saluta i ragazzi ricordando loro qualcosa che gli adulti ripetono spesso, ma cambiandone completamente la prospettiva: “vi viene detto spesso che siete voi il futuro. Lo siete già oggi. Dovete allo stesso tempo costruirlo e abitarlo”. E forse è proprio questo che rimane della giornata di Amatrice. La scuola un giorno finisce. Ma ciò che ci ha insegnato, le persone incontrate, perfino certe fatiche, continuano a camminare con noi.
di La Redazione
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