PEI, Ianes: “Non è che me lo appiccicate addosso come un’etichetta. Nel PEI deve esserci la voce dell’alunno"
l dibattito sulle scadenze riguarda anche l’autodeterminazione. E a settembre, oltre all’alunno, possono cambiare i docenti e il contesto della classe.

"Se irrigidiamo il PEI, lo rendiamo stabile per un certo periodo di tempo, violiamo anche il diritto all’autodeterminazione dell’alunno o dell’alunna con disabilità".
Dario Ianes porta il confronto sul Piano educativo individualizzato oltre le scadenze e gli adempimenti. Nella sua critica, il rischio di un documento troppo rigido riguarda anche lo spazio riconosciuto alla persona per la quale viene costruito.
Poi prova a mettersi direttamente dalla parte dello studente. "Oh, ma io vorrei dire qualcosa sul mio PEI. Non è che me lo irrigidite e me lo appiccicate addosso come un’etichetta che mi porto per un intero ciclo di studi".
È una critica pedagogica, non la descrizione di un divieto assoluto di revisione. La nuova disciplina conserva possibilità di aggiornamento e non rende il PEI immutabile per l’intero ciclo scolastico. Il decreto-legge 170/2026 prevede, per gli alunni già inseriti in un percorso di supporto scolastico alla disabilità e già iscritti nella medesima scuola, il PEI definitivo entro giugno. Consente aggiornamenti, correttivi e integrazioni nelle prime due settimane di ottobre e modifiche successive in presenza di nuove o sopravvenute condizioni di funzionamento della persona. Per le nuove iscrizioni o certificazioni, invece, sono previsti il documento provvisorio entro giugno e quello definitivo entro il 15 ottobre.
Il punto sollevato da Ianes riguarda il modo in cui il documento viene pensato e utilizzato. Perché il PEI parla di una persona. Una persona che cresce, cambia idea, sviluppa capacità, incontra difficoltà impreviste, scopre interessi, conquista autonomie. E che dovrebbe avere sempre maggiore spazio nella costruzione del proprio percorso. Un Piano veramente individualizzato non può anticipare quella persona e pretendere poi che sia lei ad adattarsi al documento. È il documento che deve essere capace di seguirla. Ma a settembre non cambia soltanto l’alunno. Può cambiare la scuola attorno a lui.
A giugno una classe ha i suoi insegnanti, le sue relazioni, una programmazione già sperimentata. Al rientro possono esserci docenti nuovi per trasferimenti, pensionamenti, assegnazioni provvisorie o supplenze. Può cambiare l’insegnante di sostegno, possono cambiare gli equilibri della classe e l’organizzazione delle attività. Il PEI viene elaborato e approvato dal GLO, del quale fanno parte anche i docenti della classe. Può quindi verificarsi una situazione tutt’altro che teorica: un documento definito a giugno da insegnanti che a settembre non saranno più presenti e affidato, per la sua attuazione, a docenti nuovi che non hanno partecipato alla sua costruzione.
La possibilità di intervenire sul documento resta. Il problema è come accompagnare concretamente il passaggio tra la progettazione di giugno e la scuola che lo studente trova al rientro. Un’attività può richiedere adattamenti con un nuovo insegnante; una diversa organizzazione della classe può favorire la partecipazione oppure far emergere ostacoli prima assenti. È la prospettiva bio-psico-sociale a suggerirlo: il funzionamento della persona si comprende nella relazione con i contesti. Ianes insiste proprio sulla natura del documento: "se il PEI è un vero documento di programmazione in itinere, che segue il lavoro — sostegno, curricolari, educatori — va cambiato, va reso dinamico, dinamicissimo, ancora di più di quanto è adesso, con le verifiche durante l’anno".
L’autodeterminazione entra nella scuola attraverso scelte concrete. Poter esprimere una preferenza, spiegare una difficoltà, dire che cosa interessa, partecipare alla definizione di un obiettivo. Anche quando la comunicazione richiede strumenti e sostegni specifici, ascoltare lo studente resta parte del lavoro educativo. Gli adulti possono conoscere bene un alunno senza conoscere già tutte le sue aspirazioni. Possono riconoscere i suoi bisogni senza sostituirsi sempre alla sua voce. Un obiettivo utile deve poter essere discusso anche alla luce di ciò che quella persona desidera e riesce a esprimere. La questione delle ore di sostegno richiede un’attenzione distinta. Il decreto prevede che il PEI ne definisca il numero con adeguata motivazione. Nel passaggio all’anno successivo viene valutato prioritariamente il mantenimento delle ore precedenti, fatta salva l’assegnazione dell’organico e considerando gli aggiornamenti previsti. Rendere più certa e tempestiva la determinazione delle risorse è un’esigenza concreta. Per le famiglie significa affrontare l’avvio delle lezioni con meno incertezze; per la scuola significa organizzare il lavoro. Ma la programmazione educativa deve continuare a seguire ciò che accade.
Le ore possono essere definite. Il percorso educativo deve continuare a vivere. Per questo il confronto sulle nuove regole dovrebbe preservare ciò che rende più tempestiva l’organizzazione delle risorse e chiarire il rapporto tra scadenze, verifiche e aggiornamento della progettazione. La crescita dell’alunno non si lascia racchiudere interamente in un calendario amministrativo.
Ianes chiude il suo intervento senza usare mezzi termini: "Ancora una volta, sul tema dell’inclusione, il nostro Ministero ha cannato".
Al di là della durezza dell’espressione, resta la questione educativa. Se un PEI non cambia mai, non è necessariamente perché il percorso progettato fosse perfetto. Potrebbe significare semplicemente che ha smesso di seguire l’alunno. E uno studente non dovrebbe ritrovarsi a vivere dentro un progetto nel quale non riconosce più se stesso.
di La Redazione
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