Bullismo a scuola nel Cagliaritano, il CNDDU: "Non può concludersi con l’applicazione delle sanzioni". Cosa serve dopo le sospensioni
Uno studente interviene per difendere un compagno e viene sospeso dopo una reazione fisica. Il CNDDU pone una domanda: che cosa accade quando i ragazzi tornano in classe?

«Un episodio di tale complessità non può concludersi con l’applicazione delle sanzioni». Con queste parole il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani interviene sulla vicenda riportata dalla stampa in una scuola del Cagliaritano: uno studente con disabilità sarebbe stato accerchiato, spintonato e deriso da alcuni compagni, mentre altri avrebbero assistito, anche riprendendo la scena con i cellulari.
Un ragazzo sarebbe intervenuto per difenderlo, prima rivolgendosi ai docenti e poi reagendo fisicamente contro uno dei compagni coinvolti. Secondo quanto riferito, anche nei suoi confronti sarebbe stata disposta una sospensione.
Il CNDDU precisa di non conoscere gli atti e gli elementi a disposizione della scuola e di non voler giudicare le singole decisioni disciplinari. Chiede però di guardare anche a ciò che viene dopo: lo studente che ha subito potrà tornare in classe sentendosi al sicuro? Chi ha partecipato avrà compreso il danno provocato?
«La violenza non può essere legittimata come strumento di difesa», sottolinea il Coordinamento. Allo stesso tempo, «sarebbe però pedagogicamente insufficiente isolare l’atto finale dalla sequenza che lo ha preceduto».
Difendere un compagno e colpire un altro ragazzo sono due scelte da distinguere. La reazione fisica va affrontata, ma il desiderio di aiutare chi è in difficoltà va riconosciuto e guidato. Occorre insegnare come intervenire senza fare altro male e assicurarsi che la richiesta di aiuto trovi una risposta.
La prima richiesta riguarda la tutela dello studente con disabilità: seguirne il benessere anche nelle settimane successive, verificare eventuali precedenti episodi e prevenire nuove prevaricazioni o ritorsioni. Per chi ha aggredito, invece, la sanzione dovrebbe essere accompagnata da un percorso di responsabilizzazione:
«La sospensione non dovrebbe coincidere con un semplice allontanamento dalle lezioni, ma diventare occasione per comprendere il danno prodotto, rielaborare il comportamento e individuare modalità alternative di gestione delle relazioni e dei conflitti». Il comunicato richiama anche il ruolo di chi guarda. Se sarà confermato che alcuni studenti si sono limitati a filmare, il lavoro educativo dovrà coinvolgere anche loro: riconoscere il rischio, chiamare un adulto e sostenere il compagno sono comportamenti che si possono imparare ed esercitare.
Ma chiedere ai ragazzi di segnalare non basta, se poi non sanno che cosa accadrà:
«Chiedere ai ragazzi di denunciare una prevaricazione è credibile soltanto se essi sanno a chi rivolgersi, che cosa accadrà dopo la segnalazione e che non saranno lasciati soli nell’esposizione conseguente».
Il CNDDU propone quindi un canale di segnalazione accessibile, anche riservato, e una verifica nel tempo del clima nelle classi coinvolte. La scuola dovrebbe comunicare alle famiglie gli interventi educativi avviati, tutelando la riservatezza dei minori.
«La questione, dunque, non è chiedere una scuola più punitiva, ma una scuola capace di documentare l’efficacia educativa della propria risposta».
La misura del cambiamento sarà anche nelle giornate successive: nella possibilità di entrare in classe senza paura, nella fiducia di poter chiedere aiuto e nella scelta dei compagni di non restare a guardare.
di La Redazione
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