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Lucangeli: “Una dipendenza dopaminergica”. I ragazzi non cercano soltanto uno schermo, cercano qualcuno che risponda.

1 ora fa
Tempo di lettura: 2 min

Lo posano per qualche minuto, poi tornano a cercarlo. Perché staccarsi dal cellulare è diventato così difficile?

Lo appoggiano sul tavolo, ma continuano a guardarlo. Basta che lo schermo si illumini e la conversazione si interrompe. A volte non è arrivato neppure un messaggio, eppure dopo poco lo controllano di nuovo.

Daniela Lucangeli definisce questo meccanismo una “dipendenza dopaminergica”, espressione con la quale descrive il rapporto che molti ragazzi stanno costruendo con lo smartphone.

Ogni notifica porta con sé una piccola attesa. Potrebbe essere un amico che risponde, qualcuno che mette un “mi piace” o un nuovo messaggio nella chat del gruppo. Per un adolescente non significa soltanto guardare uno schermo, ma sapere di esserci ancora per gli altri.

Per questo, quando un genitore dice “adesso spegnilo”, la reazione può essere molto più forte del previsto. Arrivano la rabbia, il nervosismo, la porta chiusa con forza. Noi pensiamo che stiano esagerando. Loro sentono di essere tagliati fuori da qualcosa che, in quel momento, sembra importantissimo.

Il problema nasce quando il cellulare comincia a entrare ovunque. Rimane acceso mentre si studia, arriva a tavola e viene portato a letto. Si dorme meno, ci si distrae più facilmente e persino una pausa di pochi minuti diventa difficile da sopportare. Ma un ragazzo deve imparare anche ad aspettare una risposta, a non essere sempre al centro dell’attenzione e a superare una delusione senza cercare immediatamente una distrazione.


Sono piccole esperienze, ma aiutano a crescere. Se ogni momento di noia viene riempito e ogni disagio viene spento con uno schermo, diventa più difficile scoprire di poter stare bene anche quando non arriva subito ciò che si desidera.

“Credo in una scienza servizievole, che non rimane chiusa nelle università, che non circola solo tra specialisti, ma che esce nelle strade e mette i suoi strumenti a disposizione di tutti coloro che possono, vogliono e dovrebbero usarli”, afferma Lucangeli. È una scienza che entra nelle case e nelle scuole, aiutando gli adulti a comprendere prima ancora di giudicare. Nell’intervista, infatti, la psicologa non si ferma al divieto, ma richiama la responsabilità della famiglia e della scuola nell’insegnare a utilizzare il cellulare senza diventarne prigionieri.

Anche gli adulti, però, devono guardarsi. Chiedere a un figlio di posare il telefono mentre continuiamo a leggere i nostri messaggi non funziona. Così come non serve stabilire regole che cambiano ogni giorno a seconda della nostra stanchezza.

Possiamo cominciare da gesti normali, lasciare il cellulare fuori dalla camera durante la notte, non portarlo a tavola e provare a trascorrere un po’ di tempo insieme senza controllare continuamente lo schermo. Ma soprattutto dobbiamo esserci. Perché, se togliamo il telefono dalle mani di un ragazzo e subito dopo torniamo a guardare il nostro, rimane soltanto il divieto.

Aiutare un figlio a staccarsi dallo smartphone significa anche mostrargli che, quando alza gli occhi, trova ancora qualcuno disposto a guardarlo.

Per te, lettore che ci segui, che cosa accade quando chiedi a tuo figlio di posare il cellulare? E quanto è difficile, anche per noi adulti, dare il buon esempio? Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e lascia un commento.




di Katia Piemontese

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