Crepet: “Una pianta tirchia non fa fiori. Alla fine dei nostri giorni che senso avrebbe sperare di avere ricevuto di più di ciò che si è dato?”
Lo psichiatra riflette sulla paura di spendersi, sulla fatica e sulla passione: “Non si può limitare una gioia”

“L’avarizia è una gran brutta cosa, particolarmente quando si riversa sui sentimenti. Una pianta tirchia non fa fiori.” Con queste parole lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet ci invita a riflettere su un'avarizia che non riguarda il denaro, ma il modo in cui scegliamo di vivere, di amare e di concederci agli altri.
Perché si può essere avari anche di sentimenti, di entusiasmo, di coraggio. Possiamo trascorrere una vita intera cercando di proteggerci dalla fatica, dalle delusioni e persino dall'amore, nella convinzione che spendersi meno significhi soffrire meno.
Ma a forza di risparmiarci rischiamo di perdere proprio ciò che avrebbe potuto renderci felici. C'è una domanda che Crepet racconta di sentirsi rivolgere spesso: “Chi te lo fa fare?” “È una delle domande più stupide e impertinenti che si possano rivolgere. Eppure, accade spesso. Me lo chiedono così frequentemente che a volte penso abbiano ragione, anche se mi ostino a credere che dovremmo interrogarci su come si fa a non fare.”
Una domanda che assume però un significato diverso quando nasce tra persone accomunate dalla passione per ciò che fanno. Crepet ricorda, ad esempio, un incontro con il trombettista jazz Paolo Fresu al festival di Berchidda: tra concerti, conferenze e nuovi progetti, finirono per chiedersi a vicenda proprio “chi te lo fa fare?”. La risposta è già lì: nella passione che rende la fatica parte di qualcosa che abbiamo scelto e che continua a farci sentire vivi.
Crepet guarda anche alle nuove generazioni e alla contraddizione tra il desiderio di ottenere tutto e la difficoltà di accettare la fatica necessaria per raggiungerlo: “Non sono pochi i giovani che mi chiedono chi me lo fa fare. Imbarazzante forma di strabismo: da un lato si vorrebbe tutto e subito, dall’altro non si sopporta l’idea che ciò comporti fatica.”
Ma il ragionamento dello psichiatra non riguarda soltanto ciò che facciamo. Vale forse ancora di più quando entrano in gioco i sentimenti, perché amare significa inevitabilmente esporsi, concedere qualcosa di noi e accettare che proprio ciò a cui teniamo di più possa anche farci soffrire.
“Nella nostra lingua si usa parlare di ‘pene d’amore’, significa che amare comporta fatica, addirittura esposizione a un dolore. Si può chiedere a un amante appassionato ‘chi te lo fa fare’? Imbarazzante, eppure c’è chi arriva a tanto.”
Ed è qui che torna l'immagine iniziale della pianta. Se tratteniamo continuamente qualcosa di noi per paura di perderlo, rischiamo di non vederlo mai fiorire. Vale per l'amore, per un sogno, per un progetto e per tutte quelle volte in cui abbiamo scelto di non provarci perché sarebbe stato più semplice restare fermi.
E alla fine rimane una domanda. Una domanda che può accompagnarci quando ci chiediamo se valga ancora la pena spendersi per qualcuno o per qualcosa:
“Alla fine dei nostri giorni che senso avrebbe sperare di avere ricevuto di più di ciò che si è dato?”
E tu, lettore che ci segui, per chi o per che cosa hai continuato a dare, anche quando qualcuno ti chiedeva “chi te lo fa fare”? Che cosa ti ha fatto capire che ne valeva la pena?
Scorri in basso, dopo gli articoli correlati, e raccontaci la tua esperienza nei commenti, anche in forma anonima. Il tuo racconto può aiutare qualcuno a ritrovare il coraggio di provarci.
di Katia Piemontese




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Io non sono stato amato tanto ,l'unica attrazione che hò sempre provato è quello dì aiutare gli altri,là mia gioia è aiutare qualcuno che hà bisogno dì aiuto subito lì facendo qualcosa per chì hà bisogno mì sento un pò più contento il resto è insificante non essere amati x un una persona è già una sofferenza atroce
Continuo sempre a dare, non dico di ricevere di più di quanto si da, nemmeno dare per avere, ma nemmeno ricevere male gratuito. Chi da sa di cosa sto parlando. Però dare è una dichiarazione di intenti...
È nella mia indole donarmi a chi ha bisogno anche di una parola di incoraggiamento.Alla mia veneranda età sono diventata più selettiva.Ho bisogno anche di un ricambio di attenzione ogni tanto.
Ancora cammino lungo la via della vita e riesco a donare, al passante bisognoso, la mia amicizia.... spesso mi si dice che è tutto perso ciò che si dona...credo nell' amore di Dio e porto con fierezza il suo operato.